Giorno 9 | Kyoto > Hiroshima > Miyajima
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PROGRAMMA DI VIAGGIO
Il Parco ed il Museo della memoria, il Gembaku Dōmu e l'isola di Miyajima. Treni veloci e locali per 2 ore e mezzo - 366 Km ca. Colazione in hotel e partenza per HIROSHIMA con treno veloce Shinkansen. All'arrivo, dopo un breve tratto in tram, scenderemo nei pressi del Parco della memoria, direttamente di fronte al più famoso ed iconico edificio della città, il Genbaku Dōmu (Cupola della Bomba Atomica). Collocato esattamente nel cosiddetto"ipocentro", ovvero il punto sul suolo terrestre sopra il quale il 6 agosto 1945 esplose, ad una altezza di 600mt, la prima bomba atomica, il Gembaku Dome era in origine l’Hiroshima Prefectural Industrial Promotion Hall, un palazzo progettato da un architetto ceco e completato nel 1915. Quando la bomba atomica esplose l’edificio subì gravissimi danni, ma il suo scheletro in acciaio rimase miracolosamente in piedi. per questo, il suo rudere, oggi dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, fu conservato nel suo stato post-esplosione come monito per le generazioni future. La Cupola della Bomba Atomica rappresenta oggi una potente e tangibile testimonianza della forza distruttiva della bomba e del conseguente terrore nucleare, nonché il simbolo più universalmente riconosciuto della città di Hiroshima e del suo cammino verso la pace. La breve contemplazione dell'edificio introduce al Parco della Memoria (Hiroshima Peace Memorial Park), un suggestivo e vasto spazio verde situato nel cuore di Hiroshima, creato allo scopo di commemorare le vittime del primo bombardamento atomico e di promuovere la pace mondiale. Il parco, concepito come un luogo dove riflettere, ricordare e imparare dalla storia, è costellato di monumenti, memoriali e sculture, ciascuno con un significato profondo legato alla tragedia dell’esplosione nucleare e al desiderio di non ripetere mai più simili eventi. Fra i vari monumenti spiccano il Cenotafio per le Vittime della Bomba Atomica, la Campana della Pace, la Statua della Madre con Bambino e numerosi altri segni di ricordo che raccontano storie di sofferenza, coraggio e speranza. All'interno del Parco visiteremo il Museo della Memoria (Hiroshima Peace Memorial Museum) che, attraverso fotografie, documenti, oggetti personali e testimonianze dirette, ilustra in maniera esaustiva gli effetti devastanti chela bomba atomica ebbe sulla città e sui suoi abitanti. La visita guidata alla cronologia degli eventi, ai modelli in scala della città prima e dopo l’esplosione, nonché alle storie individuali dei sopravvissuti (hibakusha), rende l’esperienza estremamente toccante e istruttiva. L’obiettivo del museo non è solo commemorare le vittime, ma anche spingere i visitatori a prendere coscienza dell’importanza del disarmo nucleare e della pace. Al termine della visita del Museo, raggiungeremo con una breve passeggiata un punto di imbarco per l'isola di Miyajima (formalmente conosciuta come Itsukushima) situata nella baia di Hiroshima e considerata una dei “Tre luoghi panoramici più belli del Giappone” (Nihon Sankei), insieme a Matsushima e Amanohashidate. Il suo nome, Miyajima, significa letteralmente “isola santuario”, a indicare il carattere sacro che gli è stato attribuito sin dall’antichità. Il tragitto in un piccolo aliscafo durerò non più di 45 minuti. All'arrivo, apprezzeremo subito il paesaggio isolano al tempo stesso montuoso e costellato da foreste secolari. L’isola è dominata dal Monte Misen (circa 535 metri), ricoperto da una fitta foresta primaria che è rimasta praticamente intatta nel corso dei secoli. Come a Nara, anche sull’isola di Miyajima i cervi si muovono liberamente tra i visitatori e sono considerati messaggeri divini nella tradizione shintoista. La costa dell'isola è segnata da forti escursioni di marea e, durante l’alta marea, il celebre grande torii rosso del santuario Shintoista di Itsukushima (fondato nel VI secolo e ristrutturato nel XIIsecolo, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO ed uno dei motivi per cui l'isola è cosi visitata) sembra davvero galleggiare sull’acqua, creando uno spettacolo pittoresco. Con la bassa marea, al contrario, è possibile camminare fino alla sua base. Storicamente, l’isola era così sacra che ai comuni cittadini era vietato perfino nascere o morire su di essa. Ancora oggi, non esistono cimiteri né reparti di maternità, a testimonianza di un’antica tradizione volta a preservare la purezza del luogo. Oltre al tempio Shintoista di Itsukushima, sull'isola, su un piccolo promontorio proprio sopra al primo, si trova il tempio buddhista Daishō-i, uno dei più antichi e importanti templi buddhisti di Miyajima. Fondato nell’806 dal monaco Kobo Daishi (noto anche come Kūkai), il padre del Buddhismo Shingon, questo complesso monastico fu per secoli un importante centro di studio, meditazione e pellegrinaggio. Il Daishō-in si sviluppa lungo il pendio del Monte Misen, con un complesso di edifici, padiglioni, sale di preghiera e statue. Alcuni elementi tipici del Buddhismo esoterico Shingon, come ruote di preghiera, statue raffiguranti divinità protettrici e mandala tridimensionali, si fondono armoniosamente con la natura circostante. Questo tempio offre un ambiente raccolto e mistico e qui i visitatori possono girare le ruote di preghiera incise con sutra, ammirare i numerosi jizō (piccole statue protettrici dei viandanti e dei bambini) e partecipare a cerimonie o momenti di preghiera. Il tempio rappresenta un contrappunto spirituale al santuario shintoista di Itsukushima, dimostrando il sincretismo religioso tipico della cultura giapponese. Pernottamento In Ryokan sull'isola con cena in stile Kayseki inculsa. Il nostro hotel per questa giornata: IWASO TRADITIONAL RYOKAN O SIMILARE
APPROFONDIMENTI
Introduzione storica a Hiroshima: memoria e spiritualità
Nel 1945 la Seconda Guerra Mondiale volgeva al termine, ma il Giappone rifiutava ancora la resa nonostante la disfatta della Germania. Gli Alleati pianificavano un’invasione diretta dell’arcipelago nipponico, preparandosi a perdite ingentissime, e allo stesso tempo valutavano l’impiego di una nuova arma terribile appena sviluppata: la bomba atomica.
Hiroshima, all’epoca, era una città di notevole importanza strategica: ospitava il Quartier Generale della 2ª Armata, fungeva da centro di comunicazioni militari, deposito di rifornimenti e punto d’imbarco per le truppe dirette al fronte.
Inoltre, pur avendo oltre 200.000–300.000 abitanti, era stata risparmiata dai bombardamenti convenzionali, scelta ideale per massimizzare l’impatto psicologico della nuova arma. Il 26 luglio 1945 con la Dichiarazione di Potsdam gli Alleati intimarono al Giappone la resa incondizionata, pena la “distruzione immediata e assoluta”; di fronte al diniego giapponese, il presidente Truman autorizzò l’uso dell’ordigno nucleare.
All’alba del 6 agosto 1945 il bombardiere B-29 Enola Gay sganciò la bomba all’uranio soprannominata “Little Boy” su Hiroshima. L’ordigno esplose alle ore 8:15, con una potenza pari a ~16 kilotoni di TNT, detonando in aria a circa 580 metri dal suolo. In un istante la città fu investita da un lampo accecante e da un’onda di calore e pressione senza precedenti: la temperatura al suolo, sotto il punto di esplosione (ipocentro), raggiunse migliaia di gradi centigradi, sufficiente a fondere metalli e incenerire qualunque cosa nel raggio di qualche chilometro.
L’onda d’urto rase al suolo circa il 90% degli edifici – la maggior parte costruzioni in legno – e provocò incendi diffusi in tutta Hiroshima. Le vittime furono numerosissime: circa 70–80.000 persone morirono sul colpo nell’esplosione iniziale tra civili, lavoratori e militari. Nei giorni e mesi successivi, molte altre vite si spensero a causa delle ferite, delle ustioni e soprattutto degli effetti delle radiazioni: si stima che entro la fine del 1945 il bilancio dei morti a Hiroshima raggiunse almeno 140.000 (su una popolazione presente di ~255.000), pari a metà degli abitantipatriaindipendente.it. In totale, considerando anche le vittime di Nagasaki tre giorni dopo, le bombe atomiche causarono circa 200.000–220.000 morti immediati o a breve termine.
Molti dei sopravvissuti (noti in giapponese come hibakusha) subirono conseguenze terribili: chi esposto alle radiazioni sviluppò la cosiddetta malattia da radiazione acuta nelle settimane seguenti (con perdita di capelli, emorragie, indebolimento del sistema immunitario), e negli anni a venire si registrarono tassi elevati di leucemie e altri tumori collegati all’esposizione.
Hiroshima divenne tragicamente la prima città al mondo colpita da un attacco nucleare. Pochi edifici rimasero in piedi nel raggio dell’esplosione. Uno di questi – situato a soli 160 metri dall’ipocentro – era la robusta costruzione in cemento armato della Fiera Commerciale della Prefettura di Hiroshima, sormontata da una caratteristica cupola in metallo. Tutto al suo interno prese fuoco e le persone presenti morirono all’istante, ma le mura perimetrali e la cupola scheletrica resistettero allo spaventoso impatto. Quella rovina, poi chiamata Genbaku Dōmu o “Cupola della Bomba A”, fu lasciata intatta durante la ricostruzione postbellica come testimonianza visiva della devastazione. Col tempo è divenuta il simbolo di Hiroshima: un monito in mattoni e acciaio contro gli orrori della guerra nucleare e un simbolo di pace universale. Nel 1996 l’Atomic Bomb Dome – così è conosciuto internazionalmente – è stato dichiarato Patrimonio dell’umanità UNESCO, affinché la sua immagine resti per sempre legata alla memoria di quanto accadde.
HIROSHIMA PEACE MEMORIAL PARK E MUSEO DELLA MEMORIA
Dalla distruzione di Hiroshima è germogliato un messaggio di pace globale. Nel dopoguerra l’area attorno al Genbaku Dome, corrispondente all’epicentro dell’esplosione, fu trasformata in un grande Parco del Memoriale della Pace (Heiwa Kinen Kōen) inaugurato nel 1954.
Il parco, progettato dall’architetto Kenzo Tange, si estende come un’oasi verde tra i bracci del fiume Ota e accoglie numerosi monumenti commemorativi. Passeggiando lungo i suoi viali sereni – punteggiati in primavera dai fiori di oltre 300 ciliegi – non si percepisce odio o desiderio di vendetta, ma anzi un profondo invito alla riconciliazione e alla speranza per un futuro senza guerra. Il fulcro del parco è il monumento più sobrio: il Cenotafio a forma di arco in pietra, sotto il quale è collocata una cassetta contenente i nomi di tutte le vittime della bomba atomica. Sull’arco campeggia la famosa iscrizione: «Riposino in pace tutte le anime qui sepolte, perché noi non ripeteremo mai più lo stesso errore». Allineati perfettamente oltre il cenotafio si scorgono, in asse, la Cupola della Bomba Atomica da un lato e dall’altro la Fiamma della Pace e il Museo: un layout simbolico che unisce idealmente passato, presente e futuro di Hiroshima.
Poco distante dal cenotafio arde incessantemente la Fiamma della Pace, accesa per la prima volta nel 1964. Questa torcia eterna brucia in protesta contro le armi nucleari: rimarrà accesa fino al giorno in cui l’ultimo arsenale atomico sul pianeta sarà distrutto. La base scultorea che la sorregge – anch’essa disegnata da Kenzo Tange – rappresenta stilisticamente due mani giunte e rivolte al cielo, le cui palme aperte sostengono il fuoco. La posizione e la forma richiamano le vittime che nell’inferno del 1945 imploravano acqua sotto il cielo in fiamme, e al contempo simboleggiano la preghiera universale per la pace duratura. Ogni visitatore può avvicinarsi e sostare in silenzio di fronte a questa fiamma, o ascoltare il profondo rintocco della vicina Campana della Pace, che si è invitati a suonare dolcemente: sul bronzo della campana, inaugurata anch’essa nel 1964, è inciso un simbolo dell’atomo proprio nel punto in cui il battacchio la percuote, a significare la speranza di “percuotere” e cancellare per sempre le bombe atomiche dalla storia.
Nel Parco della Pace vi sono molti altri memoriali carichi di significato. Uno dei più commoventi è il Monumento alla Pace dei Bambini: una statua in bronzo che raffigura una bambina (la piccola Sadako Sasaki) che solleva al cielo una gru di carta. Sadako, esposta alle radiazioni a due anni d’età, si ammalò di leucemia anni dopo; credendo a un’antica leggenda, iniziò a piegare mille origami a forma di gru sperando di poter guarire. Morì a 12 anni, nel 1955, ma i suoi compagni di scuola si mobilitarono per realizzare questo monumento in memoria di tutti i bambini vittime della bomba. Ancora oggi ai piedi della statua si trovano teche di vetro ricolme di migliaia di gru di carta colorate inviate da studenti da ogni parte del mondo, come messaggio di pace e solidarietà. Un’altra scultura notevole è la Statua della Madre e del Bambino nella Tempesta, che rappresenta una madre con un neonato in braccio e un bambino aggrappato a lei: i loro volti esprimono dolore e determinazione mentre affrontano una pioggia immaginaria di fuoco. Attorno a questa statua si vedono spesso lunghe catene di origami appese in ricordo. L’opera simboleggia il coraggio e la volontà di proteggere i propri figli dalle avversità, nonché le “speranze di pace della gente comune” dopo la tragedia. Sono presenti anche monumenti dedicati a specifici gruppi di vittime, come il memoriale per gli studenti mobilitati (morti mentre lavoravano nelle fabbriche e nei soccorsi), quello per i prigionieri di guerra e quello in onore dei circa 20.000 coreani uccisi a Hiroshima (molti dei quali lavoratori coatti dell’impero giapponese). Ogni angolo del parco racconta una storia, invitando i visitatori al raccoglimento e alla consapevolezza.
Il percorso attraverso il Parco del Memoriale conduce infine all’entrata dell’Hiroshima Peace Memorial Museum, il Museo Memoriale della Pace, inaugurato nel 1955. L’edificio originale, progettato anch’esso da Kenzo Tange, è un lungo e sobrio blocco modernista rialzato su pilastri, concepito per dominare il parco con austera solennità. Una volta all’interno, il visitatore intraprende un viaggio cronologico ed emotivo: dalle sale storiche che illustrano la vita di Hiroshima prima della guerra e gli eventi che portarono al bombardamento, si passa bruscamente alle sezioni dedicate al 6 agosto 1945, con ricostruzioni multimediali e modellini che mostrano la città devastata. Spiccano i reperti originali raccolti tra le macerie: oggetti quotidiani deformati e silenziosi ma potentissimi nella loro testimonianza. Si resta colpiti davanti ai resti di un orologio fermo per sempre alle 8:15 del mattino, di fronte ai brandelli carbonizzati di una uniforme scolastica, o a un triciclo arrugginito appartenuto a un bimbo di tre anni. Su una parete è esposta la celebre “ombra” lasciata su una scalinata da una persona evaporata dal calore: un’impronta spettrale che ricorda, come una fotografia negativa, l’assenza di chi non c’è più.
Fotografie d’epoca mostrano la città ridotta a un deserto di rovine fumanti; video e postazioni audio trasmettono le voci dei sopravvissuti hibakusha che raccontano la propria esperienza in quei giorni terribili. Una sezione del museo, aggiornata e ampliata negli ultimi anni, approfondisce gli effetti a lungo termine delle radiazioni: vengono presentati studi medici su come l’esposizione atomica abbia causato negli anni successivi un aumento di tumori e altre malattie, oltre a malformazioni nei feti di donne incinte al momento dell’esplosione. Si parla anche del difficile reinserimento sociale degli hibakusha, spesso vittime di pregiudizio e discriminazione – molti giapponesi temevano erroneamente che la malattia da radiazioni fosse contagiosa o che i figli dei sopravvissuti nascessero con problemi genetici.
Emblematico il fatto che, nonostante le iniziali paure, studi scientifici abbiano dimostrato come non vi sia stato un incremento di malformazioni congenite tra i figli degli irradiati (tranne nei casi di esposizione altissima in utero): un dato che ha aiutato col tempo a ridurre lo stigma verso i superstiti.
Il Museo della Pace di Hiroshima si conclude con un potente messaggio di speranza e di impegno civile. Negli spazi finali, dedicati al movimento pacifista globale, sono esposti documenti e lettere – come quelle inviate ogni anno dai sindaci di Hiroshima ai leader mondiali in occasione degli esperimenti nucleari – e citazioni di personalità internazionali (Madre Teresa di Calcutta, il Dalai Lama, Nelson Mandela, ecc.) che invocano un mondo libero dalle armi atomiche. Una sala interattiva permette ai visitatori di origliare testimonianze in più lingue o di lasciare un proprio messaggio per la pace. In una teca sono conservate alcune delle gru di carta originali piegate da Sadako Sasaki, a ricordare che dal dolore di Hiroshima è nato un impegno collettivo per “No More Hiroshimas”. Il museo – per quanto emotivamente gravoso – non intende solo ricordare una tragedia, ma spronare l’umanità intera a imparare dalla storia. Come reazione diretta all’orrore atomico, il Giappone adottò nel 1947 una Costituzione pacifista (tuttora in vigore) in cui, all’Articolo 9, “il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della Nazione e alla minaccia o all’uso della forza come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, impegnandosi a non mantenere forze armate con potenziale offensivo.
Questa aspirazione, nata anche sulle ceneri di Hiroshima e Nagasaki, viene trasmessa alle nuove generazioni attraverso l’educazione, le commemorazioni annuali (ogni 6 agosto la città osserva un minuto di silenzio alle 8:15 e migliaia di lanterne galleggianti vengono deposte sul fiume Ota al tramonto e l’attività instancabile degli hibakusha nelle scuole e nelle conferenze internazionali. Hiroshima oggi non è soltanto una città moderna risorta dalle macerie, ma un simbolo vivo di pace e di monito globale – una tappa che tocca profondamente il cuore di ogni visitatore e che prepara spiritualmente al prosieguo del viaggio verso luoghi di contemplazione come la vicina Miyajima.
ESCURSIONE A MIYAJIMA
Dopo l’intensa mattinata dedicata alla memoria a Hiroshima, nel pomeriggio l’itinerario prosegue verso la dimensione serena e spirituale dell’isola di Miyajima.
Situata nella baia di Hiroshima, l’isola – il cui vero nome è Itsukushima – è raggiungibile in circa 1 ora di treno e traghetto da Hiroshima. Fin dall’antichità Miyajima è considerata terra sacra: il suo stesso nome significa “Isola Santuario” e riflette la presenza del venerato Santuario shintoista di Itsukushima. Per molti secoli l’intera isola fu ritenuta dimora di divinità shintoiste, al punto che ai comuni mortali era vietato persino mettervi piede. In passato i pellegrini potevano avvicinarsi solo in barca e accedere al santuario senza contaminare la terra sacra: per questo, nel XII secolo, fu costruito un grande torii vermiglio direttamente in mare, all’ingresso della baia, in modo che i fedeli dovessero oltrepassarlo in barca per purificarsi prima di accedere all’isola.
Ancora oggi il Grande Torii di Miyajima offre una visione mozzafiato: durante l’alta marea le sue possenti colonne di legno sembrano galleggiare sull’acqua, staccando l’isola dalla riva in un’atmosfera quasi mistica; con la bassa marea, invece, il mare si ritira e permette ai visitatori di camminare sul fondale sabbioso fino ai piedi del portale, toccando con mano questa icona del Giappone. L’attuale torii (alta circa 16 metri) risale al 1875, ma la tradizione originale risponde a una storia di oltre otto secoli. Oltre al torii, l’intero Santuario di Itsukushima – dichiarato anch’esso Patrimonio UNESCO – è un capolavoro di integrazione fra architettura e natura: i suoi edifici principali, dedicati a tre divinità femminili del mare e della tempesta (le figlie del dio Susanoo), furono fondati tra il VI e il VIII secolo e poi ampliati nel 1168 dal potente samurai Taira no Kiyomori.
Le strutture del santuario sono costruite su palafitte sul litorale, collegate da eleganti corridoi in legno dipinti di rosso che seguono la linea della costa. Quando la marea è alta, i padiglioni e le passerelle si riflettono nell’acqua sottostante, dando l’impressione di un tempio sospeso tra mare e cielo; con la marea bassa, si può camminare sotto le palafitte e osservare i robusti pali che da secoli sostengono la costruzione contro correnti e tifoni. Alle spalle del santuario, immersa nel verde, svetta una slanciata pagoda a cinque piani del XVI secolo, anch’essa dipinta di rosso, che testimonia l’antico legame tra questo luogo shintoista e il Buddhismo (la pagoda infatti era dedicata a Buddha e fungeva da “ponte” spirituale tra le due fedi).
L’insieme dei colori vermiglio delle architetture, del blu cangiante del mare e del verde scuro dei boschi sul monte creano un paesaggio di rara armonia, celebrato nei secoli da poeti e artisti (Miyajima è annoverata tra le “Tre Vedute” più belle del Giappone sin dal 1643).
Miyajima, oltre alla bellezza naturale e artistica, è un luogo intriso di spiritualità viva. Ancora oggi vige il principio tradizionale di mantenerla pura: dal 1878 esistono regolamenti che proibiscono nascite e decessi sull’isola, per evitare qualunque fonte di impurità rituale vicino al santuario. Non troverete cimiteri né reparti maternità: le donne prossime al parto e le persone gravemente malate vengono tuttora portate sulla terraferma, per rispetto della sacralità del luogo. Anche abbattere alberi o cacciare animali è vietato.
Camminando per le stradine di Miyajima incontrerete sicuramente i suoi abitanti più caratteristici: numerosissimi cervi liberi, che gironzolano indisturbati tra templi, parchi e negozietti. Nella tradizione shintoista i cervi sono messaggeri degli dèi, perciò qui sono protetti e venerati sin dai tempi antichi.
I cervi di Miyajima, abituati alla presenza umana, sono docili e si lasciano avvicinare; a volte frugano con il muso nelle borse dei turisti in cerca di qualcosa da mangiare! È importante però trattarli con rispetto: non spaventateli, non tirate loro oggetti e soprattutto evitate di dar da mangiare cibo non adatto. Fate attenzione anche a non lasciare incustoditi mappe, depliant o altri fogli di carta: i cervi, scambiandoli per cibo, potrebbero sgranocchiarli in un attimo.
La presenza pacifica di questi animali aggiunge fascino all’isola – specie al tramonto, quando li si vede passeggiare sulla spiaggia accanto al torii, come in un quadro senza tempo.
Sul lato opposto dell’abitato principale, ai piedi della foresta che ricopre il monte Misen, sorge il Tempio Daishō-in – uno dei complessi buddhisti più importanti e antichi di Miyajima. Fu fondato nell’anno 806 d.C. niente meno che dal monaco Kūkai (conosciuto anche come Kōbō Daishi), il celebre introduttore del Buddhismo esoterico Shingon in Giappone.
Si narra che Kūkai, in viaggio per diffondere i suoi insegnamenti, giunse a Miyajima e rimase colpito dalla sacralità del Monte Misen (che i fedeli shintoisti già veneravano come dimora di spiriti divini)olivierrobert.net. Decise dunque di stabilirvi un luogo di ritiro e meditazione: Daishō-in divenne così il centro buddhista dell’isola, convivendo in armonia con il santuario Itsukushima. Per molti secoli Shinto e Buddhismo si intrecciarono a Miyajima – come in tutto il Giappone – in un sincretismo naturale: i monaci buddhisti di Daishō-in contribuivano persino alle cerimonie del santuario shintoista, ritenendo che le due vie spirituali fossero entrambe vie verso il divino. Questa commistione (shinbutsu shūgō) continuò fino al 1868, quando il governo Meiji impose una separazione formale dei culti; ma ancora oggi sull’isola si percepisce chiaramente la doppia anima religiosa, e molti pellegrini compiono sia riti shintoisti sia preghiere buddhiste durante la visita.
Il complesso di Daishō-in è un luogo ricco di atmosfera, immerso nel silenzio del bosco. Salendo i gradini che portano al tempio, si attraversa un percorso fiancheggiato da centinaia di ruote di preghiera in bronzo incise con sutra: facendo scorrere le mani su di esse e facendole girare, si ritiene di recitare simbolicamente le scritture e ottenere benedizioni, un gesto che molti visitatori compiono in segno di devozione. Intorno a voi noterete una miriade di piccole statue di Jizō (il bodhisattva protettore dei bambini e dei viaggiatori) e di altre figure buddhiste, alcune avvolte da babbucce o cuffiette lavorate a maglia dai fedeli per devozione. Ogni angolo del tempio riserva scorci suggestivi: ponticelli di pietra su ruscelli, lanterne di granito coperte di muschio, portali decorati e sale dipinte. Una delle attrazioni più particolari è la caverna di Henjōkutsu, un ambiente sotterraneo semi-buio il cui soffitto è illuminato da 88 piccole icone risplendenti – corrispondenti agli 88 templi del famoso pellegrinaggio dello Shikoku. Si dice che attraversare questa grotta pregando equivalga spiritualmente a completare l’intero pellegrinaggio, un esempio della tipica “scorciatoia” mistica offertaci dal Buddhismo esoterico.
Nel cuore del complesso vi è la sala principale, dedicata al cosmico Buddha Vairocana, dove spesso incontrerete monaci e fedeli in meditazione silenziosa: entrando, ricordate di togliervi le scarpe e mantenere un atteggiamento raccolto. Daishō-in custodisce anche reliquie sacre e documenti storici, tra cui un rotolo in cui l’imperatore del XII secolo illuminò con la sua calligrafia un sutra in segno di reverenza. Curiosità: fu proprio da questo tempio che nel 1565 partì la prima spedizione alpinistica registrata sul monte Misen; da allora i monaci hanno protetto la montagna e le sue “sette meraviglie” naturali, tra cui una fiamma perenne.
Proprio sul Monte Misen – che con i suoi 530 m domina l’isola – si trova infatti un luogo leggendario: il Reikadō, o “Sala della Fiamma Eterna”. Al suo interno arde ininterrottamente da oltre 1200 anni un fuoco sacro che la tradizione vuole acceso dallo stesso Kūkai nell’IX secolo. Questa fiamma, alimentata dai monaci di generazione in generazione, simboleggia l’illuminazione e il voto perpetuo di compassione. Nel 1964 fu prelevata proprio da qui una porzione di fuoco per accendere la Fiamma della Pace nel Parco di Hiroshimamiyajima.or.jp: un collegamento potentissimo tra Miyajima e Hiroshima, tra la spiritualità e la memoria, tra la preghiera e l’impegno per la pace. Ancora oggi molti fedeli bollono dell’acqua su questo fuoco eterno, credendo che abbia proprietà taumaturgiche: bere il tè preparato con l’acqua del Reikadō viene ritenuto benefico per la salute e la guarigione dalle malattie.
CULTURA E SPIRITUALITÀ LOCALE
Visitare Miyajima significa immergersi in un microcosmo dove Shintō e Buddhismo convivono armoniosamente. In Giappone queste due religioni coesistono da oltre un millennio: lo Shintō, culto nativo che venera le forze naturali e gli antenati divinizzati (kami), e il Buddhismo, filosofia e fede importata dalla Cina e Corea nel VI secolo, si sono influenzati a vicenda dando origine a usanze sincretiche uniche. Sull’isola sacra questo intreccio è palpabile: ad esempio, il santuario Itsukushima ospitava tradizionalmente anche cerimonie buddhiste, e ancora oggi poco lontano dal torii si erge un piccolo tempietto dove si può pregare la dea Benzaiten (derivata dal pantheon buddhista) accanto alle divinità shinto locali.
Miyajima è quindi un luogo ideale per comprendere la mentalità religiosa giapponese tradizionale, in cui non esiste opposizione tra le due fedi – anzi, esse vengono considerate complementari. Non a caso, molte famiglie giapponesi anche oggi celebrano le ricorrenze di vita seguendo entrambe le tradizioni: i matrimoni e le festività annuali in stile shintoista, i funerali e la memoria degli antenati in stile buddhista. Quest’apertura spirituale si riflette nella serena atmosfera di rispetto che pervade l’isola.
Folklore locale e festività
Miyajima è famosa in tutto il Giappone non solo per i suoi luoghi, ma anche per i suoi festival tradizionali. Il più celebre è il Kangen-sai (歓げん祭), un grandioso rito musicale che si svolge ogni anno la sera del 17 giugno del calendario lunare (in luglio/agosto secondo il calendario solare). Questo festival – introdotto nel XII secolo proprio da Taira no Kiyomori – rievoca gli spettacoli di corte dell’epoca Heian: al calare del buio, una flotta di barche cerimoniali decorate con lanterne solca le acque intorno a Miyajima.
Sulla barca principale prendono posto musicisti in abiti tradizionali che eseguono antichi brani di gagaku (musica classica imperiale) con strumenti come il koto, il flauto shō e il tamburo taikomiyajima.or.jp. La melodia solenne si diffonde sulla baia mentre le imbarcazioni fanno tappa presso i vari santuari minori costieri: è una scena di incantevole bellezza d’altri tempi, che richiama sulla baia di Hiroshima migliaia di spettatori. Secondo la tradizione, Kiyomori volle offrire questa musica raffinata in onore delle divinità di Itsukushima – come “svago” per gli dèi – trasformando la baia in uno scenario teatrale galleggiante.
Oggi il Kangen-sai è considerato uno dei tre grandi festival in barca del Giappone e prosegue fino a tarda notte, quando la barca sacra rientra infine al santuario accompagnata dal bagliore della luna piena. Un altro evento caratteristico è il Hiwatarishiki, il rituale del “camminare sul fuoco” che si tiene ogni primavera al tempio Daishō-in: i monaci, dopo preghiere e invocazioni, attraversano a piedi nudi un letto di braci ardenti, seguiti da alcuni fedeli coraggiosi, come prova di fede e purificazione spirituale. Tra le manifestazioni folcloristiche spicca anche il Festival di Momijidani in autunno, quando i boschi di aceri (momiji) si tingono di rosso fuoco: in quel periodo il parco Momiji-dani ospita danze tradizionali e spettacoli di teatro Nō sul palcoscenico esterno del santuario, per celebrare la bellezza effimera delle foglie autunnali. Inoltre, ogni anno a fine anno e a Capodanno i residenti di Miyajima si riuniscono per una cerimonia di pulizia sacra dell’isola, raccogliendo detriti e pregando per un nuovo anno prospero e in salute – un rito comunitario che evidenzia il profondo rispetto che gli isolani nutrono verso la loro terra santa.
Consigli di comportamento
Data la sacralità di Miyajima, è importante che i visitatori adottino un atteggiamento rispettoso. All’ingresso dei santuari shintoisti (come Itsukushima) troverete fontane per la purificazione (temizuya): prendetevi un momento per lavare mani e bocca secondo il rituale indicato, così da purificarvi prima di accostarvi al luogo sacro. All’interno delle aree sacre mantenete un tono di voce basso, evitate schiamazzi o comportamenti fuori luogo, e seguite le indicazioni (ad esempio alcune zone possono essere off-limits o vietare le fotografie). Nei templi buddhisti come Daishō-in, ricordate di togliere le scarpe se entrate in una sala interna e di spegnere il cellulare o mettere in silenzioso, per non disturbare chi prega. L’isola non è un parco divertimenti, ma un luogo di culto vissuto quotidianamente: potreste incrociare monaci in meditazione o abitanti del posto che portano offerte – un sorriso e un piccolo inchino del capo sono gesti appropriati per contraccambiare senza interferire.
Riguardo ai cervi, per quanto siano socievoli, rammentate che restano animali selvatici: evitate di afferrarli o tirar loro il cibo, specialmente se grandi o con corna (anche se in genere sono mansueti, possono dare testate se infastiditi). Se volete nutrirli, informatevi se sono disponibili appositi cracker per cervi (come avviene a Nara); in assenza, è preferibile non dare alimenti umani, sia per la loro salute che per non incoraggiarli a rubacchiare nelle borse altrui. Un ultimo consiglio: trattenetevi fino al tramonto se potete. Quando cala la sera, gran parte dei turisti giornalieri lascia l’isola e Miyajima ritrova una pace quasi mistica: il torii illuminato dalle luci soffuse si riflette nel mare scuro, i sentieri si fanno silenziosi sotto le lanterne, e potrete davvero assaporare l’anima sacra di questo luogo unico.
CONSIGLI PER L'ESPLORAZIONE AUTONOMA
Hiroshima e Miyajima offrono molto più di quanto sia possibile vedere in poche ore. Per chi desidera esplorare in autonomia dopo le visite principali, ecco alcuni spunti e suggerimenti:
Altri luoghi notevoli a Hiroshima:
Giardino Shukkei-en – Un incantevole giardino paesaggistico in stile tradizionale giapponese, creato nel 1620 dal maestro di tè Ueda Sōko per il daimyō locale Asano Nagaakira. Il suo nome significa “giardino dei paesaggi rimpiccioliti” perché riproduce in miniatura valli, colline e laghetti ispirati ai panorami cinesi. Nonostante si trovi a poca distanza da Ground Zero, questo giardino è risorto con Hiroshima: dopo essere stato devastato dall’esplosione (si salvarono solo alcune formazioni rocciose e il ponte in pietra) è stato meticolosamente restaurato nel dopoguerra. Oggi è un’oasi di pace nel cuore urbano, con sentieri ombreggiati, carpe che nuotano nei laghetti e splendide fioriture stagionali (ciliegi in primavera, iris in estate, aceri in autunno). Curiosità: subito dopo il bombardamento, molti sopravvissuti si rifugiarono qui cercando acqua nel laghetto centrale; una targa nel parco ricorda questo struggente episodio.
Castello di Hiroshima (Rijō) – Chiamato anche Castello della Carpa per via del fossato un tempo ricco di carpe, fu originariamente costruito tra il 1589 e il 1599 dal signore feudale Mōri Terumoto, uno dei potenti alleati di Toyotomi Hideyoshi. L’elegante torre principale a più piani dominava la pianura del delta ed è stata per secoli il simbolo della città. Purtroppo l’intero castello fu distrutto dall’esplosione atomica del 1945. Negli anni ’50, però, i cittadini hanno fortemente voluto la sua ricostruzione: nel 1958 è stata inaugurata una fedele ricostruzione in legno e cemento armato della torre principale, basata su fotografie e disegni originali. Oggi il castello-museo accoglie i visitatori con mostre sulla storia feudale di Hiroshima: al suo interno si possono ammirare armature samurai, spade, mappe antiche e modelli di come appariva la città nel periodo Edo. Salendo fino all’ultimo piano si gode di una vista panoramica sul parco circostante e sul moderno skyline di Hiroshima – un contrasto che sottolinea la resilienza della città.
Hiroshima Museum of Contemporary Art (MOCA) – Per una prospettiva diversa, consigliamo una visita al Museo d’Arte Contemporanea di Hiroshima, situato sul colle Hijiyama, appena a sud del centro. Inaugurato nel 1989, è stato il primo museo pubblico in Giappone dedicato esclusivamente all’arte contemporanea. L’edificio, progettato dall’architetto Kisho Kurokawa, presenta un design avveniristico con cupole e geometrie che si integrano nel verde del parco Hijiyama. La collezione permanente spazia da artisti giapponesi del dopoguerra a nomi internazionali, con opere che spesso riflettono temi di pace, memoria e identità (non a caso: la fondazione del museo fu parte degli sforzi di Hiroshima per rinascere come “città della pace e della cultura”). Il MOCA ospita anche interessanti mostre temporanee e installazioni multimediali. Anche se non siete appassionati d’arte contemporanea, vale la pena arrivare fino qui per godere del panorama sulla città e magari rilassarsi al caffè del museo immerso nel parco.
Esperienze consigliate a Miyajima
Scalata (o funivia) al Monte Misen: La vetta di Misen offre uno dei panorami più spettacolari della regione di Hiroshima. In una giornata limpida, lo sguardo spazia a 360° sul Mare Interno di Seto punteggiato di isole e sulla terraferma fino alle montagne lontane. Ci sono diversi sentieri ben segnalati che risalgono i pendii boscosi – attraversando la valle di Momijidani, famosa per gli aceri rossi in autunno – e lungo il cammino incontrerete piccoli santuari, torii sperduti nel verde e magari qualche famiglia di scimmie selvatiche che abita la riserva sul monte. La camminata è in salita ma accessibile (circa 1.5-2 ore secondo il percorso); portate acqua e comode scarpe. In alternativa, una funivia panoramica parte non lontano dal parco Momijidani e vi porta in pochi minuti fino a un punto vicino alla cima (Shishiiwa Station), risparmiando gran parte dello sforzo. Dalla stazione superiore ci vogliono comunque circa 30 minuti a piedi per raggiungere il vero culmine del monte e l’osservatorio, ma il sentiero è piacevole. Salire al tramonto e ridiscendere con l’ultima funivia può regalare momenti indimenticabili, con il cielo che si tinge di arancio dietro il torii visto dall’alto. Attenzione però agli orari di chiusura della funivia (solitamente intorno alle 17-18); se pensate di restare fino a tardi, munitevi di torcia per la discesa a piedi in sicurezza.
Gastronomia locale – ostriche e momiji-manju: Miyajima vanta alcune specialità culinarie da non perdere. In primis le ostriche: la zona di Hiroshima è uno dei maggiori produttori di ostriche del Giappone, e sull’isola potrete gustarle freschissime in vari modi – crude con limone, alla griglia (magari spennellate di salsa di soia dolce), fritte in tempura, oppure cotte nel tipico hot-pot chiamato dote-nabe. In ogni stagione troverete chioschi e ristorantini che le preparano espresso su braci ardenti; lasciatevi tentare dall’inebriante profumo di ostriche grigliate che pervade le vie vicino al porto! L’altra chicca dolce locale sono i momiji-manju, dolcetti a forma di foglia d’acero, simbolo di Miyajima. Si tratta di soffici tortine di farina simili a piccoli waffle, ripiene tradizionalmente di anko (marmellata di fagioli rossi azuki) oppure crema pasticcera, cioccolato, tè verde e altri gusti. Li vedrete preparare a vista nei negozi storici dell’isola con apposite piastre che imprimono la sagoma dell’acero – è ipnotico osservare la catena di montaggio manuale con cui vengono sfornati a ritmo continuo! Assaggiateli caldi: appena fatti sono deliziosi, con il ripieno cremoso e l’impasto soffice.I momiji-manju sono anche perfetti come souvenir (venduti in eleganti scatole regalo); se avete tempo, provate la variante fritta, una sorta di tempura di momiji-manju davvero golosa.
Shopping e artigianato tipico
Lungo la via principale di Miyajima (Omotesandō) troverete molte botteghe tradizionali. Oltre ai dolci e ai cibi di strada, l’isola è famosa per la produzione di shamoji, i tradizionali mestoli di legno per mescolare il riso. La leggenda vuole che un monaco di Miyajima abbia inventato il cucchiaio da riso ispirandosi alla forma del liuto biwa, e da allora quest’oggetto è diventato un portafortuna locale. Non a caso, proprio su Omotesandō è esposto il cucchiaio di legno più grande del mondo (lungo oltre 7 metri!), intagliato dagli artigiani come simbolo dell’isola. Fermatevi ad ammirarlo e magari acquistatene uno più piccolo come ricordo: secondo la credenza, uno shamoji di Miyajima nella propria cucina assicura abbondanza di cibo e buona fortuna in famiglia. Altre idee di souvenir includono bacchette laccate con motivi di foglie d’acero, tovagliette e tessuti tinti con colori naturali (alcuni con disegni di cervi o torii), oltre a oggetti legati al santuario (omamori, ossia amuleti benauguranti, e ema, tavolette votive dipinte con immagini di Miyajima).
Fonti: oltre alla nostra esperienza
UNESCO World Heritage Centre
Enciclopedia Britannica
Wikipedia (edizioni italiana e inglese)
Japan Today
Blog “Let’s Go Japan”



















































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