Giorno 7 | Kyoto
- IoViaggioResponsabile

- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 21 min

PROGRAMMA DI VIAGGIO
Il Padiglione d'Oro, Ryōan-ji, e il quartiere di Gion, la casa delle Geishe. Colazione in hotel e partenza per la visita del celeberrimo Kinkaku-ji (Tempio del Padiglione d’Oro). Il Kinkaku-ji, situato nel nord-ovest di Kyoto, nasce come villa di riposo dello shōgun Ashikaga Yoshimitsu (1358-1408), uno dei protagonisti del periodo Muromachi (1336-1573). Dopo la morte di Yoshimitsu, avvenuta nel 1408, la villa venne convertita in un tempio zen affiliato alla scuola Rinzai, assumendo il nome ufficiale di Rokuon-ji. L’elemento più celebre del complesso è, come detto, il Padiglione d’Oro, un edificio a tre piani che unisce differenti stili architettonici: 1. Il piano terra in stile Shinden-zukuri (residenziale aristocratico). 2. Il secondo piano in stile Bukke-zukuri (residenziale samuraico). 3. Il terzo piano in stile Karayō (zen cinese), interamente ricoperto da foglie d’oro. Sebbene l’edificio originale risalisse all’epoca di Yoshimitsu, il padiglione fu incendiato nel 1950 da un giovane monaco (che poi confessò, prima di suicidarsi su una delle colline circostanti, di aver commesso il fatto a causa del disprezzo per le attività "terrene" (e libertine) realizzate nel Tempio durante il periodo dello Shogunato. Il Kinkaku-ji odierno, quindi, pur essendo una ricostruzione fedele della struttura completata nel 1955, ed avendo altresi subito successivi restauri per preservare la lucentezza delle foglie d’oro e la bellezza dell’intero complesso - rimane in ogni caso un importante patrimonio culturale del Giappone e uno dei simboli di Kyoto nel mondo. A seguire ci dirigeremo verso il Ryōan-ji, il Tempio del Drago Pacificorisalente al periodo Muromachi. In origine la proprietà apparteneva al clan Fujiwara, ma fu il daimyo Hosokawa Katsumoto a fondare in essa il tempio zen Rinzai attorno alla metà del XV secolo (1450 ca.). Nel corso delle epoche, il Ryōan-ji è stato poi influenzato dalle guerre civili interne (come l’Ōnin no Ran) e da diversi progetti di ricostruzione e manutenzione, rimanendo però costantemente attivo come luogo di culto e riflessione. Oggi il Ryōan-ji è famoso soprattutto per il suo giardino karesansui (giardino zen “secco”), un ampio rettangolo di ghiaia bianca rastrellata con 15 pietre disposte in modo da non essere mai tutte visibili contemporaneamente da un unico punto di osservazione.Il significato del giardino non è mai stato chiarito definitivamente, stimolando nei visitatori la meditazione, la contemplazione e l’interpretazione personale. L’essenzialità e l’astrazione del giardino riflettono lo spirito del Buddhismo zen, centrato sulla semplicità e sulla ricerca interiore. Nonostante incendi e restauri (fatti che riguardano grandissima parte del patrimonio storico-religioso e culurale del Giappone), il Ryōan-ji ha mantenuto intatto lo spirito contemplativo che lo contraddistingue ed è stato continuamente attivo come monastero e meta per la pratica zen, oltre ad essere un importante sito turistico e culturale, simbolo della raffinatezza estetica e filosofica del Giappone tradizionale. Al termine della visita, tempo libero a disposizione prima della successiva esperienza che ci porterà alla scoperta del quartiere Gion, il quartiere delle Geishe. A Gion, guidati dal nostro narratore, attraverseremo le vie storiche del quartiere con le tradizionali case in legno, per poi ammirare la bellezza del Santuario Yasaka. Questa esperienza ci consente di conoscere la ricca storia di Gion e comprendere l'incantevole ruolo delle geisha nel preservare le tradizioni giapponesi. Rientro in Hotel e cena e serata libere. Il nostro hotel per questa giornata: MERCURE KYOTO STATION HOTEL
APPROFONDIMENTI
Introduzione a Kyoto: culla imperiale e culturale
Kyoto è il cuore storico e spirituale del Giappone. Fondata nel 794 d.C. con il nome di Heian-kyō (“capitale della pace”), fu scelta dall'imperatore Kanmu come nuova sede della corte imperiale.
Per oltre un millennio (dal 794 al 1868) Kyoto ha servito come capitale imperiale del Giappone, custodendo le tradizioni della corte e sviluppandosi secondo un impianto urbanistico modellato sulle antiche capitali cinesi. Durante questo lungo periodo, la città divenne teatro di eventi cruciali – dalle guerre feudali del periodo Muromachi alla Restaurazione Meiji – ma, grazie alla sua importanza culturale, fu risparmiata dalle devastazioni della Seconda Guerra Mondiale. Questo le ha permesso di preservare un patrimonio unico di templi buddhisti, santuari shintoisti, palazzi e giardini storici, molti dei quali oggi riconosciuti dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità. Kyoto viene spesso definita la capitale culturale e religiosa del Giappone, vantando circa 1600 templi buddhisti e 400 santuari shintoisti disseminati nei suoi quartieri storici.. Questa ricchezza spirituale convive con tradizioni raffinate come la cerimonia del tè, il teatro kabuki e l’arte delle geisha, che qui prosperarono all’ombra della corte imperiale e continuano ad affascinare visitatori da tutto il mondo.
In questa settima giornata dell’itinerario, esploreremo tre luoghi emblematici di Kyoto: Kinkaku-ji, il celebre Padiglione d’Oro immerso in un giardino da fiaba; Ryōan-ji, tempio zen dal mistico giardino secco; e il quartiere storico di Gion, anima tradizionale della città, dove ancora oggi le strade di pietra riecheggiano dei passi leggeri delle maiko. Prepariamoci a un viaggio nel tempo tra arte, filosofia zen e folclore locale, con approfondimenti che arricchiranno l’esperienza di questi siti unici.
KINKAKU-JI (金閣寺): IL PADIGLIONE D'ORO DI KYOTO
Il Kinkaku-ji, noto come Padiglione d’Oro, è uno dei simboli indiscussi di Kyoto e della cultura giapponese.
La sua storia affonda le radici nel Periodo Muromachi: fu originariamente costruito nel 1397 come sfarzosa villa di riposo per lo shōgun Ashikaga Yoshimitsu. Yoshimitsu, terzo shōgun della dinastia Ashikaga, fece di questa villa il fulcro dell’elaborata “cultura Kitayama”, circondandosi di giardini, opere d’arte e fasti architettonici. Alla sua morte nel 1408, secondo le volontà espresse, la tenuta venne trasformata in un tempio Zen chiamato Rokuon-ji (“Tempio del giardino dei cervi”) dal figlio Yoshimochi. È da allora che l’edificio principale assunse il nome di Kinkaku-ji, il “Tempio del Padiglione Dorato”, per via del rivestimento in foglie d’oro che lo rende così celebre.
La struttura attuale del padiglione è in realtà una ricostruzione fedele dell’originale: nel corso dei secoli il padiglione subì incendi durante la guerra Ōnin nel XV secolo e fu distrutto tragicamente nel 1950 quando un giovane monaco appiccò intenzionalmente il fuoco all’edificio. Questo evento scosse il Giappone del dopoguerra (ed ispirò anche un famoso romanzo di Mishima Yukio). Il Kinkaku-ji venne però ricostruito nel 1955, replicandone l’aspetto originario in ogni dettaglio. Successivi restauri hanno reso il padiglione ancora più splendente: nel 1987 la doratura esterna è stata completamente rinnovata con foglie d’oro più spesse, restituendo al tempio la brillantezza che vediamo oggi. Oggi il Padiglione d’Oro è inserito tra i Monumenti Storici dell’Antica Kyoto protetti dall’UNESCO, e continua a incantare milioni di visitatori con la sua bellezza senza tempo.
Architettura e simbolismo
Il Kinkaku-ji è un esempio magistrale di fusione architettonica. Si erge su tre piani, ognuno costruito in uno stile differente, a simboleggiare un viaggio attraverso diverse epoche e filosofie. Il primo piano, chiamato Hō-sui-in (“Camera delle Acque Dharma”), è realizzato in stile Shinden-zukuri, il raffinato stile residenziale dell’aristocrazia Heian: presenta ambienti aperti verso l’esterno, con pavimenti in legno naturale non verniciato e pareti bianche in intonaco. Questo livello sobrio e terreno ricorda le antiche dimore nobiliari e crea un senso di continuità con il paesaggio circostante. Il secondo piano, detto Chō-on-dō (“Torre delle Onde Sonore”), adotta lo stile Buke-zukuri, tipico delle residenze dei samurai: qui troviamo pareti scorrevoli in legno e finestre a grata, che conferiscono un’atmosfera più intima e raccolta, ospitando al suo interno una sala con un altare di Buddha e un santuario dedicato alla dea Kannon. Infine, il terzo piano, chiamato poeticamente Kukkyō-chō (“Cupola dell’Ultimo Raggiungimento”), è costruito secondo lo stile delle sale di meditazione Zen cinesi (Zen-butsuden): completamente rivestito d’oro all’esterno, evoca l’architettura dei templi Zen e rappresenta la dimensione spirituale più elevata. In cima al tetto a piramide ricoperto di scandole svetta un’artistica fenice in bronzo, messaggera di buon auspicio, che domina dall’alto il complesso. I due piani superiori, interamente dorati, scintillano alla luce del sole e si specchiano nelle acque sottostanti, dando l’impressione di un palazzo sospeso tra cielo e terra.
Il giardino e lo stagno Ad accrescere la magia del Kinkaku-ji è il giardino paesaggistico che lo circonda, progettato nello stile kaiyū-shiki teien (giardino panoramico “a passeggio”). Il padiglione si affaccia su uno specchio d’acqua chiamato Kyōko-chi (“Stagno dello Specchio”), che offre una perfetta riflessione dell’edificio dorato, raddoppiandone la bellezza. Sullo stagno emergono isolotti ricoperti di pini e rocce disposte con cura: la più grande di queste isolette simboleggia, secondo la tradizione, l’arcipelago del Giappone, mentre altre rocce sono disposte per rappresentare barche cariche di immortali dirette verso l’Isola della Vita Eterna, richiamando antichi miti cinesi. L’intero giardino segue il principio dello shakkei (“paesaggio in prestito”), integrando sapientemente lo scenario naturale circostante – colline, alberi e cielo – nella vista del giardino stesso. Passeggiando lungo i sentieri, si scoprono diversi punti panoramici studiati per contemplare il padiglione da varie prospettive pittoresche. Questo giardino risale all’epoca Muromachi ed è considerato un esempio classico di paesaggistica giapponese: in un’epoca di grande fioritura artistica, si privilegiava l’armonia tra architettura e natura, riducendo la scala del paesaggio e ricreando in miniatura scenari idealizzati. L’effetto d’insieme è incantevole: il Padiglione d’Oro appare come un’espressione terrena della Terra Pura buddhista, un luogo dove cielo e terra, uomo e natura, splendore mondano e ricerca spirituale si incontrano in perfetto equilibrio.
CURIOSITÀ:
Il Kinkaku-ji ha ispirato altri celebri monumenti giapponesi. Suo “gemello” concettuale è il Ginkaku-ji (Padiglione d’Argento), fatto costruire qualche decennio dopo da Ashikaga Yoshimasa, nipote di Yoshimitsu, che volle emulare la bellezza dello sfarzoso padiglione dorato. Curiosamente, il Ginkaku-ji non fu mai rivestito d’argento come inizialmente previsto, ma il dialogo simbolico tra i due edifici – l’oro e l’argento, il nord e l’est di Kyoto, il tramonto del periodo Muromachi e l’alba del periodo Higashiyama – rappresenta un aspetto affascinante della storia culturale cittadina.
RYŌAN-JI (龍安寺) – ZEN E CONTEMPLAZIONE DEL GIARDINO DI ROCCE
Dopo lo sfarzo dorato di Kinkaku-ji, la tappa successiva ci conduce verso la sobrietà austera e profondamente spirituale di Ryōan-ji, il “Tempio del Drago a Riposo”. Situato sempre nel quadrante nord-occidentale di Kyoto, Ryōan-ji appartiene alla scuola Zen Rinzai (ramo Myōshin-ji) ed è celebre in tutto il mondo per il suo enigmatico giardino karesansui, ovvero giardino secco di pietra e sabbia. Se Kinkaku-ji colpisce lo sguardo con i suoi ori e riflessi, Ryōan-ji invita invece a distogliere lo sguardo dal superfluo e a guardarsi dentro, in linea con i principi del Buddhismo Zen.
Storia del tempio
L’area su cui sorge Ryōan-ji in passato apparteneva a nobili famiglie di corte (i Fujiwara, nell’XI secolo) e ospitava una residenza e un tempio denominato Daiju-in. Nel 1450 il potente condottiero Hosokawa Katsumoto, vice-shōgun, acquisì la proprietà e vi costruì la sua dimora, decidendo anche di fondare un nuovo tempio Zen chiamato Ryōan-ji. Il destino del luogo fu però tumultuoso: durante la guerra Ōnin (1467-1477), sanguinoso conflitto civile, il tempio venne distrutto. Katsumoto stesso morì nel 1473 in piena guerra. Solo nel 1488, a conflitto terminato, il figlio Hosokawa Masamoto curò la ricostruzione del complesso, riportando il tempio agli antichi splendori. Ryōan-ji divenne in seguito il luogo di sepoltura di diversi Imperatori del passato – vi si trovano infatti le tombe di sette imperatori, segno del prestigio acquisito dal tempio in epoca pre-moderna. Il nome “Tempio del Drago a Riposo” evoca immagini di pace sorvegliata da una creatura potente ma quieta: una metafora perfetta per l’atmosfera che si respira qui, lontana dal frastuono del mondo esterno.
Il giardino zen di pietra
L’attrazione più famosa di Ryōan-ji è senza dubbio il suo giardino secco – probabilmente il giardino zen più celebre del Giappone. Si tratta di un ampio rettangolo (circa 25 metri per 10) di ghiaia bianca finemente rastrellata ogni giorno dai monaci, su cui sono disposte con cura 15 rocce di varie dimensioni, raggruppate in isole di muschio. Le pietre sono organizzate in cinque gruppi: uno di cinque rocce, due gruppi di tre e due gruppi di due, disposti in modo asimmetrico su un “mare” candido di ciottoli. Questo design, apparentemente semplice, è in realtà studiato nei minimi dettagli: da qualunque punto si osservi il giardino, almeno una delle 15 pietre rimane sempre nascosta alla vista. Solo acquisendo la giusta prospettiva – metaforicamente, solo raggiungendo l’illuminazione – si potrebbero vedere tutte le pietre contemporaneamente.
Secondo una celebre interpretazione simbolica, il fatto che un osservatore comune ne percepisca al massimo 14 sta a significare che la perfezione (rappresentata dal numero 15, considerato completo) è oltre la portata umana, e che ogni individuo ha sempre una comprensione parziale della realtà. Questa trovata è un insegnamento zen silenzioso: invita all’umiltà e alla consapevolezza dei propri limiti percettivi.
Il giardino di Ryōan-ji è avvolto nel mistero per quanto riguarda autore e significato. Non esistono documenti certi sull’ideatore: alcune fonti lo attribuiscono a Katsumoto stesso (prima della sua morte nel 1473), altre al figlio Masamoto intorno al 1488, altre ancora al pittore e monaco Sōami nei primi del ‘500. Questa incertezza accresce la suggestione del luogo. Anche l’interpretazione del suo design resta aperta: c’è chi vi vede isole emergere da un oceano di sabbia, chi al contrario immagina vette montuose che spuntano sopra le nuvole; un’altra lettura popolare è quella della tigre con i suoi cuccioli che attraversano un fiume, con le rocce a simboleggiare la tigre madre e i piccoli sulle spalle. In realtà, il vero significato è lasciato all’immaginazione di chi osserva: nell’ottica Zen, il giardino è uno koan visivo, un enigma contemplativo che non ha una soluzione logica univoca ma serve a stimolare la meditazione e l’intuizione personale. Sedendosi sulla veranda di legno che dà sul giardino, i visitatori – così come i monaci nei secoli passati – possono lasciar vagare lo sguardo su queste pietre silenziose e sulle armoniose ondulazioni lasciate dal rastrello nella ghiaia, svuotando la mente dai pensieri e raggiungendo un senso di pace interiore.
Nulla distrae
Non vi sono alberi né fiori all’interno del recinto rettangolare, solo qualche ciuffo di muschio alla base delle rocce. Il muro di terra cruda che circonda il giardino, dalle tonalità ocra consumate dal tempo, crea un fondale neutro e raccolto che favorisce la concentrazione. Questo giardino è considerato la quintessenza dell’estetica wabi-sabi, che trova bellezza nella semplicità, nell’imperfezione e nel vuoto. Dal 1994, anche Ryōan-ji con il suo giardino fanno parte dei siti Patrimonio UNESCO di Kyoto, a riconoscimento del loro valore universale.
Contesto filosofico
Il giardino karesansui di Ryōan-ji incarna profondamente i principi del Buddhismo Zen. L’assenza di elementi superflui e la disposizione essenziale di pietre e sabbia incoraggiano l’osservatore a svuotare la mente e a cercare significati più profondi al di là dell’apparenza. Questa forma di giardino è spesso paragonata a una pittura paesaggistica astratta: come un inchiostro monocromatico su carta bianca, le rocce scure sulla ghiaia chiara delineano un paesaggio mentale più che reale.
La manutenzione stessa del giardino è una pratica meditativa: ogni giorno i monaci rastrellano la ghiaia disegnando linee rette o circolari attorno alle pietre, in un gesto ritmico e ripetitivo che aiuta a raggiungere la concentrazione. Ammirare questo spazio induce un senso di calma e di contemplazione: si dice che ogni persona possa “vedere” nel giardino qualcosa di diverso, riflesso del proprio stato d’animo. In questo risiede la sua potenza: Ryōan-ji offre uno specchio dell’anima per chi vi sosta in silenzio.
Altri elementi di interesse
Oltre al giardino secco, il complesso di Ryōan-ji comprende un vasto giardino tradizionale con un grande stagno (Kyōyō-chi) popolato da ninfee, che in origine faceva parte dell’antica villa aristocratica dell’XI secolo. Una passeggiata lungo i vialetti ombrosi conduce a scoprire alberi secolari, una sala da tè nascosta e altri scorci pittoreschi, offrendo un piacevole complemento alla visita contemplativa. Da non perdere, vicino agli alloggi dei monaci, è la piccola fontana di pietra chiamata tsukubai: si tratta di un bacile per le abluzioni, alimentato da un filo d’acqua, sulla cui superficie sono incise quattro caratteri che – combinati con la forma quadrata del bacile, simile a un ideogramma per “bocca” – compongono la frase «ware tada taru wo shiru», ossia “io apprendo solo a essere contento”. Questo motto zen insegna l’importanza di accontentarsi di ciò che si ha; i visitatori possono chinarsi (tsukubai significa proprio “recipiente in cui ci si accuccia”) per detergersi le mani e al tempo stesso riflettere su questa semplice ma profonda lezione di vita, prima di proseguire il cammino.
Visitare Ryōan-ji dopo Kinkaku-ji crea dunque un contrasto affascinante nel percorso: dall’oro abbagliante e dalla sontuosità di un giardino aristocratico, si passa alla nudità di pietra e sabbia di un giardino zen. Entrambi i luoghi, sebbene così diversi, riflettono aspetti complementari della cultura giapponese – l’estetica opulenta e quella minimalista, la ricerca della bellezza esteriore e quella della verità interiore. Insieme, offrono uno sguardo completo sull’anima di Kyoto.
GION: IL FASCINO SENZA TEMPO DEL QUARTIERE DELLE GEISHA
Dopo aver esplorato i templi zen nella quiete dei colli di Kyoto, l’itinerario di oggi si conclude nell’atmosfera vibrante e suggestiva di Gion (祇園), il quartiere storico delle geisha nel cuore della città.
Situato ai piedi delle colline di Higashiyama, tra il santuario Yasaka a est e il fiume Kamo a ovest, Gion è molto più di una semplice meta turistica: è un vero e proprio scrigno vivente di tradizioni, dove si può ancora percepire l’eleganza dell’era pre-moderna passeggiando per strade fiancheggiate da case di legno e lanterne di carta.
Origini storiche
Gion nacque originariamente come distretto di accoglienza per i pellegrini che visitavano il santuario di Yasaka (un tempo chiamato Gion-sha), soprattutto a partire dal periodo Sengoku (XV-XVI secolo) Nella zona sorsero presto locande, osterie e sale da tè per soddisfare le necessità dei viaggiatori e devoti che affollavano l’area durante i festival religiosi. Col tempo, queste attività prosperarono e attirarono anche artisti e intrattenitrici: attorno al santuario si sviluppò così un vivace quartiere di piacere ed intrattenimento. Gion – il cui nome deriva dal termine buddhista Jetavana (in cinese Qiyuan), giardino sacro legato alla vita del Buddha – divenne sinonimo di svago raffinato, in equilibrio tra sacro e profano. Già nel XVII secolo era noto come uno dei principali luoghi di teatri kabuki (qui sorge il celebre teatro Minamiza, fondato nel 1610, che ha visto nascere il kabuki) e di case da tè con geisha a Kyoto.
Nel 18° e 19° secolo il quartiere raggiunse l’apice: centinaia di ochaya (sale da tè esclusive) e migliaia di geisha popolavano Gion, facendone uno dei distretti di intrattenimento più rinomati del Giappone. Nel 1872, dopo lo spostamento della capitale a Tokyo, per rilanciare Kyoto venne istituito proprio qui il primo grande spettacolo pubblico di geisha, il Miyako Odori (Danza della Capitale), tradizione che continua ogni primavera. Nonostante le vicissitudini storiche – il calo delle geisha durante la Seconda Guerra Mondiale, i cambiamenti sociali – Gion ha saputo conservare la propria identità.
Nel 1974 l’area è stata dichiarata distretto di conservazione storico e sono state introdotte rigide normative per preservarne l’architettura tradizionale. Negli anni successivi, come parte di un progetto di tutela, le strade sono state selciate e i cavi elettrici aerei sono stati interrati (all’inizio degli anni 2000) per eliminare elementi moderni deturpanti. Grazie a questi sforzi, passeggiare per Gion oggi significa immergersi in un paesaggio urbano ottocentesco, dove gli unici lampioni sono le lanterne rosse e il profilo delle machiya (le tipiche case a schiera in legno) resta dominante.
Il quartiere e le sue geisha
Gion è suddiviso in due hanamachi (letteralmente “città dei fiori”, termine che indica i quartieri delle geisha): Gion Kōbu, la parte più grande e famosa che si estende intorno a Hanamikoji Street, e Gion Higashi, più piccola, su stradine adiacenti. Le geisha di Kyoto preferiscono chiamarsi geiko (“donne d’arte”), termine locale che sottolinea il loro ruolo di artiste tradizionali, mentre le apprendiste sono chiamate maiko (“fanciulle danzanti). Gion rappresenta uno degli ultimi bastioni in Giappone dove questa figura – la geisha – continua a esistere non come attrazione turistica ma come professione viva, tramandata di maestro in discepolo. Le geiko e maiko di Gion si addestrano fin da giovanissime in discipline come la danza tradizionale (nihon buyō), il canto, la musica (shamisen e flauto), la cerimonia del tè e l’arte della conversazione. Di giorno frequentano le lezioni nelle okiya (le case di geisha dove risiedono), mentre alla sera si spostano truccate e vestite in splendidi kimono di seta tra le varie ochaya, dove allietano banchetti privati con canti, balli e giochi.
Camminando per Hanami-kōji (la via principale di Gion Kōbu) all’ora del crepuscolo, può capitare di intravedere una maiko o una geiko che, accompagnata dalla sua okaasan (la proprietaria dell’okiya) o da un’assistente, si dirige svelta verso un appuntamento serale. È uno spettacolo di straordinaria eleganza: la figura esile, l’obi ricamato che scivola lungo la schiena, il suono lieve dei okobo (i sandali di legno) sul selciato, il viso truccato di bianco e le ornate acconciature con spille scintillanti. Per un attimo il tempo sembra tornare indietro di cent’anni. È importante ricordare che, per quanto affascinanti, queste donne non sono comparse in costume ma professioniste al lavoro: la loro privacy va rispettata (fotografarle da vicino senza permesso è considerato maleducato).
Gion comunque offre scorci bellissimi anche senza l’avvistamento di una geisha: Shirakawa ad esempio, una via lungo un canale ombreggiato da salici, è punteggiata di ristorantini e case da tè tradizionali ed emana una pace quasi surreale, specialmente di sera con le lanterne accese sulle verande. Molti edifici di Gion sono machiya storiche, antiche case mercantili in legno con facciate strette e profonde, caratterizzate da graticci di legno scuro, porte scorrevoli e lanterne di carta all’ingresso. Oggi ospitano ristoranti di cucina kaiseki, case da tè o boutique artigiane, mantenendo però intatta l’estetica d’epoca. Passeggiando, noterete magari insegne discrete senza vetrine – sono spesso ochaya private o esclusivi ristoranti dove l’accesso è solo su invito.
L’atmosfera attuale di Gion è un equilibrio delicato tra tradizione e turismo: da un lato le vie brulicano di visitatori curiosi (soprattutto intorno a Shijō-dōri, la strada principale, dove negozi di souvenir e dolci tipici aggiungono vivacità), dall’altro basta inoltrarsi in un vicolo secondario per ritrovarsi immersi nel silenzio, rischiarato appena dalla luce calda delle lanterne, con il profumo di incenso nell’aria e in lontananza le note di un shamisen. Questo quartiere ha vissuto secoli di trasformazioni ma è riuscito a conservare il suo spirito: ancora oggi Gion incarna l’immagine della Kyoto di un tempo, dove la vita scorre con un ritmo diverso, rispettoso dei rituali e dei dettagli.
Il Santuario Yasaka e le tradizioni locali
Al termine orientale di Gion si erge il portale monumentale (torii) del Santuario Yasaka-jinja. Fondato oltre 1350 anni fa (le cronache ne fanno risalire l’origine addirittura al 656 d.C. durante l’era Asuka. Yasaka è uno dei santuari shinto più antichi e venerati di Kyoto. È dedicato al dio Susanoo-no-Mikoto (divinità delle tempeste e protettore contro le malattie) insieme alla consorte Kushinadahime e ad otto divinità loro figli.
In epoca antica era conosciuto come Gion-sha in quanto associato a tradizioni di origine buddhista importate dalla Cina; questo spiega perché il quartiere circostante porti il suo nome. Yasaka è famoso in tutto il Giappone per il suo festival estivo, il Gion Matsuri, che ogni luglio da più di un millennio porta in città parate di carri allegorici intagliati e riccamente decorati, accompagnate da musiche e rituali propiziatori.
Il Gion Matsuri nacque nel 869 d.C. come cerimonia per placare una terribile epidemia, e da allora si ripete annualmente senza interruzioni, rappresentando la resilienza e la devozione della gente di Kyoto. Visitando Yasaka-jinja, soprattutto la sera, si rimane colpiti dal suggestivo illuminamento delle centinaia di lanterne appese al padiglione principale del palco di danza: ognuna porta gli emblemi di commercianti locali sponsor e crea un’atmosfera magica. Il santuario, aperto 24 ore su 24, è un luogo amato anche dai residenti, che vi si recano per pregare o partecipare alle numerose festività annuali (come il Setsubun in febbraio o l’Okera Mairi a Capodanno). Per il visitatore, Yasaka rappresenta il trait d’union tra la dimensione spirituale e quella mondana di Gion: attraversando il suo ingresso, si passa dal brulichio di Shijō-dōri alla quiete sacra dei viali alberati di Maruyama Park, il parco adiacente noto per i ciliegi in fiore in primavera.
In sintesi, Gion offre un’esperienza multisensoriale: è un luogo dove la storia imperiale di Kyoto, l’arte raffinata delle geisha, l’architettura tradizionale e la devozione popolare si intrecciano in un affresco vivente.
Che sia giorno o notte, percorrere queste strade significa entrare in un altro mondo – fatto di legno profumato, luci soffuse e antiche melodie – e capire perché Kyoto viene chiamata il “museo all’aria aperta” del Giappone.
CONSIGLI PER L'ESPLORAZIONE AUTONOMA DI KYOTO E GION
Terminata la giornata guidata, Kyoto e in particolare il quartiere di Gion offrono ancora moltissimo da scoprire autonomamente, soprattutto nelle ore serali. Ecco alcuni consigli e spunti per arricchire la vostra esperienza:
Esperienze serali a Gion (spettacoli, cene e case da tè): Una sera a Gion può diventare magica. Si può assistere a uno spettacolo tradizionale al Gion Corner, un teatro culturale dove ogni sera vengono presentate brevi esibizioni introduttive alle arti di Kyoto – dalla danza delle maiko alla musica di koto e shamisen, dal teatro kyōgen alla cerimonia del tè – offrendo un assaggio accessibile delle tradizioni locali. In alternativa, in certi periodi si tengono performance speciali come il Miyako Odori (in primavera) o il Gion Odori (in autunno), spettacoli di danza classica giapponese eseguiti dalle geiko e maiko del quartiere in costumi sfarzosi. Dopo o prima dello spettacolo, concedetevi una cena tipica: Gion è rinomato per la cucina kaiseki, l’alta gastronomia giapponese servita con una sequenza di molteplici piccole portate artisticamente impiattate. Molti ristoranti della zona sono ospitati in antiche machiya con vista su giardini interni o sul canale Shirakawa, creando un’atmosfera intima. Se preferite qualcosa di meno formale, esplorate le viuzze laterali o attraversate il vicino ponte verso Pontochō, altra stradina storica famosa per i locali e ristorantini (alcuni con terrazze direttamente sul fiume Kamogawa in estate).
Quanto alle case da tè (ochaya) tradizionali di Gion, va notato che sono in genere locali esclusivi dove l’accesso è consentito solo a clienti abituali presentati da un guarantor. Tuttavia, alcune strutture organizzano oggi esperienze con maiko per i turisti, come cene con spettacolo privato o incontri informali: informatevi tramite tour operator specializzati se desiderate provare l’emozione di essere intrattenuti da una geisha (tenendo presente che si tratta di attività costose). In ogni caso, anche semplicemente sorseggiare un tè verde matcha con un dolcetto wagashi in una piccola sala da tè aperta al pubblico può essere un momento di pace e autenticità, soprattutto nelle ore serali quando la folla dirada.
Angoli nascosti e luoghi poco noti nelle vicinanze: Oltre ai luoghi più famosi, Kyoto regala gioielli meno conosciuti a due passi dagli itinerari principali. Nel dedalo di viuzze di Gion, cercate il Vicolo di Ishibei-koji: un breve passaggio lastricato, fiancheggiato da eleganti ryokan e case da tè, che sembra uscito da un’altra epoca – perfetto per foto senza tempo. Nelle immediate vicinanze merita una visita il Santuario Yasui Konpira-gu: un piccolo santuario popolare famoso per la “pietra delle relazioni”, un grande masso forato attraverso cui i fedeli passano strisciando per simboleggiare il taglio dei legami negativi e il formarsi di legami positivi; la pietra è ricoperta di migliaia di talismani di carta lasciati dai visitatori, creando un colpo d’occhio curioso e ricco di folclore. Se amate l’arte zen, a pochi minuti a piedi da Gion c’è il Tempio Kennin-ji – spesso sorprendentemente tranquillo – considerato il più antico tempio zen di Kyoto (fondato nel 1202) e custode di splendidi giardini secchi e dipinti (notevole il soffitto della sala principale con due draghi intrecciati). Entrarvi dopo il trambusto di Hanamikoji è come varcare una soglia di assoluta quiete.
Un altro luogo suggestivo, soprattutto in prima serata, è Chion-in, maestoso tempio Jōdo (Buddhismo della Terra Pura) raggiungibile attraversando il Parco Maruyama: la sua monumentale porta in legno e la vasta scalinata conducono a sale e pagode spesso aperte anche al crepuscolo, con vista panoramica sulle luci della città. Infine, se vi trovate nei pressi di Kinkaku-ji nel pomeriggio e avete tempo, potete considerare una tappa a Ninna-ji, tempio poco lontano: anch’esso Patrimonio UNESCO, ospita un grazioso pagoda a cinque piani e un giardino tranquillo, ed è noto per i suoi ciliegi tardivi (fioriscono a fine aprile) – solitamente meno affollato rispetto ad altre attrazioni principali.
Esperienze culturali legate al mondo delle geisha: Per approfondire la conoscenza dell’universo delle geisha oltre a quanto vissuto a Gion, Kyoto offre varie attività dedicate. Una delle più apprezzate è partecipare a una lezione di vestizione del kimono e trucco da maiko: diversi studi fotografici e atelier in città permettono di indossare autentici kimono, farvi acconciare e truccare come una maiko, e poi magari scattare foto ricordo nei vicoli storici – un’esperienza divertente e istruttiva sulle complessità di abbigliamento e portamento delle geisha. Se preferite qualcosa di meno appariscente, potete incontrare una vera maiko o geiko durante una cerimonia del tè organizzata: ad esempio, alcune associazioni culturali propongono tea party pomeridiani dove una maiko intrattiene gli ospiti con una breve danza e conversazione, offrendo l’opportunità di farle domande (tramite un interprete) sulla sua vita e arte. Questi incontri, sebbene turistici, avvengono in ambienti autentici e rappresentano un raro ponte verso un mondo altrimenti molto riservato. Un’altra idea è visitare il Museo delle Geisha di Kyoto (Kyoto Gion Kobu Kaburenjo) se aperto, o comunque passare davanti alla Sala Kaburenjo di Gion Kōbu, che è la sede di addestramento e delle esibizioni annuali delle geiko: all’esterno vi sono spesso manifesti e foto degli spettacoli, ed è interessante vedere dove le artiste provano quotidianamente. Per chi parla inglese, esistono anche tour guidati serali di Gion condotti da esperti della cultura delle geisha, che raccontano aneddoti storici mentre si passeggia – un buon modo per imparare a distinguere una maiko da una geiko, capire il significato dei diversi acconciature, o scoprire quali suoni ascoltare per accorgersi dell’arrivo di una geisha (come il tintinnio dei pendenti kanzashi nei capelli). Immergersi in queste esperienze vi permetterà di apprezzare ancora di più la raffinatezza e la disciplina che si celano dietro l’intrattenimento tradizionale giapponese.
Templi meno visitati e atmosfere intime: Oltre ai famosi templi affollati dai turisti, Kyoto è costellata di templi e santuari minori dove spesso ci si ritrova quasi soli, potendo cogliere un’atmosfera spirituale genuina. Nel quartiere di Higashiyama, non lontano da Gion, consigliamo Shoren-in: un tempio buddhista accogliente, circondato da un placido giardino con un boschetto di bambù e laghetti con carpe, noto anche per le incantevoli illuminazioni serali in certi periodi dell’anno. Kodai-ji è un altro tempio nelle vicinanze (tra Gion e il Parco di Higashiyama) che merita una visita al tramonto: fu fondato dalla nobildonna Nene in memoria del marito, lo shōgun Toyotomi Hideyoshi, e vanta un parco collinare con sentieri che collegano piccoli santuari, un giardino zen e sale decorate con lacche e madreperla. Di sera, Kodai-ji organizza spesso spettacoli di luci che creano riflessi fiabeschi sul suo giardino di ghiaia bianca. Se siete appassionati di architettura tradizionale, fate un salto a Sanctuario Kennin-ji di cui parlavamo prima, o al Tempio Yasakanoto (Pagoda di Yasaka): questa iconica pagoda a cinque piani (formalmente parte del tempio Hōkan-ji) svetta tra i vicoli di Higashiyama ed è uno dei soggetti fotografici più amati; la zona circostante, soprattutto in orario serale, è molto tranquilla e si può girare liberamente attorno alla pagoda godendo della vista ravvicinata di questa struttura secolare illuminata dalle luci soffuse stradali. Uscendo dal centro, se avete un mattino libero, considerate di visitare il Tempio Daitoku-ji (a nord, zona Kita): più che un singolo tempio, è un grande complesso zen con varie sottotempli, alcuni dei quali custodiscono piccoli giardini zen meravigliosi (come Daisen-in e Ryogen-in) raramente affollati – una vera mecca per chi ha apprezzato il giardino di Ryōan-ji e vuole scoprirne altri esempi in contesti più raccolti.
Esperienze artigianali e culinarie a Kyoto: Kyoto è rinomata per le sue arti tradizionali e offre la possibilità di mettersi in gioco in prima persona con laboratori pratici. Se volete portarvi a casa non solo un souvenir ma anche un saper-fare, potreste iscrivervi a un breve workshop artigianale: ad esempio, imparare a dipingere una stampa xilografica ukiyo-e, sotto la guida di artigiani che vi mostreranno le tecniche di intaglio dei blocchi e di stampa a mano su carta giapponese; oppure partecipare a un laboratorio di ceramica kyoyaki o raku, provando a modellare una tazza da tè al tornio e decorarla nello stile locale. Molto diffusi sono anche i corsi per creare i dolci wagashi: quei piccoli dolci artistici serviti durante la cerimonia del tè, fatti di pasta di fagiolo azuki e mochi, raffiguranti fiori o foglie di stagione – un’attività divertente e golosa, spesso conclusa con una degustazione del proprio operato insieme a una tazza di tè matcha. Sul fronte culinario, Kyoto è patria della cucina obanzai (casalinga) e di raffinati piatti vegetariani del monastero (cucina shōjin ryōri): perché non provare una lezione di cucina in una casa tradizionale? Alcune associazioni organizzano visite al mercato di Nishiki (il mercato alimentare più antico di Kyoto) seguite da una cooking class in cui preparare piatti locali come il dashimaki tamago (frittatina arrotolata) o il nasu dengaku (melanzana con miso dolce) sotto la guida di cuoche del posto. Un’altra esperienza tipica è la cerimonia del tè: a Gion, come suggerito anche da Maikoya, vi sono diverse tea house che offrono ai turisti la possibilità di assistere e partecipare a una cerimonia del tè in kimono, imparando i gesti lenti e aggraziati di questa arte e assaporando il tè matcha secondo il rito. Infine, per gli amanti del sake, potrebbe interessare una visita al quartiere di Fushimi (a sud di Kyoto, raggiungibile in treno), noto per le sue antiche fabbriche di sakè: qui si può fare un tour con degustazione in storiche distillerie come Gekkeikan, scoprendo i segreti della fermentazione del riso e degustando diverse qualità di nihonshu.
Tornando a Gion per concludere la serata, nulla vieta di accomodarsi in un piccolo bar jazz o in un moderno izakaya nascosto tra le vie: Kyoto, pur tradizionale, ha anche un volto notturno contemporaneo discreto e piacevole, che ben si integra con l’esperienza complessiva.



































Commenti