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Giorno 11 | Osaka > Kobe > Osaka


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PROGRAMMA DI VIAGGIO

Tradizione, Carne di Kobe e Sakè | treni e bus per 1 ora - 36 km ca. Colazione in hotel e partenza per Kobe. Dopo solo 30 minuti, cambiando treno a Shin-Osaka, saremo a Kobe (Stazione di Shin-Kobe) dove inizieremo subito la visita al quartiere storico di Kitano Ijinkan-gai. Kitano Ijinkan-gai è famoso per le “Ijinkan”, antiche residenze straniere erette nel tardo XIX e inizio XX secolo, quando Kobe si aprì al commercio internazionale. Queste case in stile occidentale ospitano oggi musei, caffè e gallerie. Impiegheremo circa 1-2 ore per esplorare alcune delle ville più note (come la Weathercock House o la Moegi House), osservando architetture d’epoca e godere del panorama sulla città. A seguire ci trasferiremo in treno nella zona dei produttori di sakè (Distretto di Nada). Dopo il treno affronteremo una breve passeggiata e arriveremo nella zona delle fabbriche di sakè (kura) dove sceglieremo il luogo preferito per una piccola degustazione. Una delle più celebri fabbriche è la Hakutsuru Sake Brewery Museum, dove si può imparare il processo di produzione del sakè, vedere gli attrezzi tradizionali e degustare diversi tipi di prodotto, dal junmai al ginjō, fino al daiginjō.  Al termine delle visite raggiungeremo un noto ristorante locale per godere di una degustazione della famosa e prelibata carne di Kobe! Finita la cena rientro in stazione per prendere il treno verso Osaka (circa 25-30 minuti). Rientro in hotel e pernottamento. Il nostro hotel per questa giornata: HOTEL MONTEREY LE FRERE OSAKA


APPROFONDIMENTI


Contesto storico Kobe si sviluppò come una delle prime porte del Giappone verso il mondo occidentale. Quando nel 1868 il porto di Kobe fu aperto al commercio internazionale (insieme a Yokohama, Nagasaki e Hakodate), molti stranieri cominciarono ad arrivare in città. Questo segnò la fine dell’isolamento del periodo Edo e l’inizio di un’era cosmopolita: mercanti e diplomatici occidentali si stabilirono qui, contribuendo a trasformare Kobe in un vivace porto internazionale. Nel corso del tardo XIX secolo la città crebbe rapidamente grazie ai traffici marittimi e all’industria pesante, diventando un importante polo commerciale e industriale del Giappone. Ancora oggi Kobe conserva quell’impronta aperta e internazionale ereditata dall’epoca Meiji.

Cultura e architettura: L’influenza occidentale di fine ’800 è particolarmente visibile nel quartiere di Kitano Ijinkan-gai, sulle colline alle spalle del centro. Qui sorgono le eleganti residenze in stile europeo (ijinkan) costruite dagli stranieri durante il periodo Meiji: ville dalle architetture vittoriane, tudor e liberty, un tempo abitate da mercanti e consoli, oggi preziosamente conservate. Grazie al fatto che Kitano fu risparmiata dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, numerosi edifici originali di epoca Meiji e Taishō sopravvivono ancora. Passeggiando tra queste strade si possono ammirare dettagli architettonici curiosi – torrette con vetrate colorate, verande intagliate, facciate con mattoni rossi – che testimoniano l’incontro tra estetica occidentale e contesto giapponese. Il risultato è un mix unico di culture: Kobe appare così, già da un secolo fa, come una città dal fascino internazionale dove case in stile europeo, edifici tradizionali e moderni grattacieli convivono in armonia.

Tradizioni locali

Oltre al porto e all’influenza occidentale, Kobe vanta solide tradizioni giapponesi, prime fra tutte quelle legate al sakè. Nella zona orientale della città si estende il celebre distretto di Nada, uno dei principali poli di produzione di sakè di tutto il Giappone: nel solo distretto di Nada si produce circa il 30% di tutto il sakè nazionale. Questa vocazione risale all’epoca Edo, quando l’ottima acqua delle sorgenti del Monte Rokko (la famosa Miyamizu) e la vicinanza del porto resero Kobe il fornitore privilegiato di sakè per la capitale Edo (Tokyo). 

Ancora oggi decine di antiche fabbriche di sakè punteggiano il quartiere di Nada, alcune trasformate in musei o aperte a visite e degustazioni. Questa tradizione secolare si percepisce passeggiando per Nada: l’aria profuma di riso fermentato, segno che la tecnica di produzione – dall’ammollo del riso alla fermentazione in grandi botti di cedro – continua ad essere tramandata di generazione in generazione proprio qui a Kobe.


Cibo tipico

Il nome di Kobe è indissolubilmente legato alla carne di Kobe, forse la più famosa carne bovina al mondo. Si tratta di una varietà di manzo wagyū ottenuta da bovini di razza Tajima allevati nella prefettura di Hyōgo, selezionati secondo criteri rigidissimi di purezza e qualità. Soltanto pochi capi ogni anno ottengono la denominazione ufficiale di “Kobe beef”, a garanzia di uno standard eccellente: la carne deve presentare un’eccezionale marezzatura (l’intenso marmorizzarsi del grasso all’interno del muscolo) che le conferisce scioglievolezza e sapore unici.

Il manzo di Kobe è rinomato per il gusto ricco e la tenerezza straordinaria, dovute all’allevamento meticoloso dei bovini Tajima e alla distribuzione uniforme del grasso intramuscolare. Prima di essere servita, questa carne passa attraverso un rigoroso processo di certificazione gestito da un apposito consorzio, che ne garantisce l’autenticità con marchi e ologrammi. Gustare una bistecca di Kobe cucinata al momento (magari alla piastra teppanyaki) è un’esperienza culinaria sublime: ogni boccone si scioglie in bocca sprigionando sapori ricchi di umami.


Suggerimenti per esplorazioni autonome

Oltre alle tappe previste, Kobe offre molte possibilità di scoperta indipendente.

 Ad esempio, ci si può avventurare nei vicoli meno conosciuti di Kitano, magari seguendo le scalinate che portano al Kitano Tenman Shrine, un santuario da cui si gode di un bel panorama sulla città e dove raramente arrivano i turisti. Oppure ci si può inoltrare nel cuore commerciale locale, tra le gallerie coperte di Sannomiya e Motomachi, dove i residenti fanno shopping quotidiano e dove assaggiare snack come il delizioso pane dolce anpan inventato proprio a Kobe. Per chi ama la natura, una breve passeggiata dalla stazione di Shin-Kobe conduce alle suggestive cascate Nunobiki, nascoste nel verde della montagna a pochi passi dal centro. 

Infine, i viaggiatori più curiosi possono sperimentare un lato diverso della città visitando il Kobe Mosque, la prima moschea del Giappone (costruita nel 1935), testimonianza dell’anima cosmopolita e multiconfessionale che caratterizza Kobe da più di un secolo.



NUNOBIKI HERB GARDENS & ROPEWAY

I Nunobiki Herb Gardens sono un’oasi verde abbarbicata sulle pendici del Monte Rokko, raggiungibile in circa 10 minuti grazie a una funivia panoramica. Inaugurati nel 1991, questi giardini botanici rappresentano i più grandi herb garden del Giappone: ospitano circa 75.000 piante tra fiori e erbe aromatiche, con oltre 200 specie diverse coltivate durante l’anno. Il parco è suddiviso in dodici aree tematiche che esplodono di colori a seconda delle stagioni, includendo roseti, campi di lavanda, serre tropicali e persino un piccolo orto dei profumi. Durante la salita in cabinovia, lo sguardo spazia su Kobe e sul mare e si possono scorgere lungo il percorso le pittoresche cascate Nunobiki incastonate nella foresta, nonché l’antica diga Gohonmatsu, importante opera storica di ingegneria.

All’arrivo, il Belvedere accoglie i visitatori con viste mozzafiato sulla città sottostante: nelle giornate limpide la vista abbraccia la baia di Osaka e le colline circostanti. Oltre ai panorami, i giardini offrono varie esperienze: vi sono caffetterie e ristoranti dove assaggiare piatti e dolci alle erbe, un’area per il pediluvio aromatico dove immergere i piedi in acque profumate, e persino una terrazza panoramica (The Veranda) dove rilassarsi sorseggiando tisane alle erbe locali. Il connubio tra natura, profumi e panorama rende la visita ai Nunobiki Herb Gardens un’esperienza sensoriale e rigenerante, ideale per una pausa immersa nel verde dopo la frenesia urbana (o prima di affrontarla!).


QUARTIERE KITANO IJINKAN-GAI

Il Kitano Ijinkan-gai è il quartiere simbolo dell’eredità cosmopolita di Kobe. Situato sulle prime alture ai piedi del Monte Rokko, questo rione fu storicamente la zona residenziale degli stranieri facoltosi arrivati a Kobe dopo l’apertura del porto nel XIX secolo. Ancora oggi vi si trovano numerose Ijinkan (異人館) – termine giapponese che significa “case degli stranieri” – ovvero eleganti ville in stile occidentale perfettamente preservate. Ciascuna di queste residenze vanta architetture uniche e racconta una storia diversa, offrendo uno scorcio sull’opulenta vita delle comunità occidentali dell’epoca. Tra le dimore più iconiche spicca la Weathercock House, costruita nel 1909 dal mercante tedesco Gottfried Thomas, riconoscibile per il caratteristico gallo segnavento in rame sulla guglia. Poco distante sorge la Villa Moegi, splendida villa a due piani del 1903 fatta edificare dal console statunitense Hunter Sharpe, nota per il colore verde chiaro (moegi) delle sue pareti esterne.

Un’altra residenza imperdibile è la Uroko House, così chiamata per le migliaia di lastre in pietra che rivestono la facciata simulando squame di pesce (uroko in giapponese); al suo interno ospita anche una piccola galleria d’arte moderna e una terrazza panoramica da cui i mercanti potevano un tempo osservare il porto. In totale nel quartiere restano 16 ijinkan, la più alta concentrazione in Giappone, tutte visitabili – molte con arredi originali, collezioni d’epoca e giardini curati – convertite in musei che permettono di viaggiare indietro nel tempo. Passeggiando per Kitano Ijinkan-gai, oltre alle case-museo si incontrano caffè in stile rétro, boutique e angoli pittoreschi come la Kitano-cho Plaza, una piazzetta a gradoni dove spesso si esibiscono artisti di strada con la città di Kobe sullo sfondo. Non mancano piccole curiosità: ad esempio lo Yamate Hachibankan, una villa nota per la “sedia di Saturno” che secondo la leggenda esaudisce i desideri di chi vi si siede, oppure il singolare Museo delle Illusioni ospitato nell’ex consolato di Panama. Kitano Ijinkan-gai è dunque un museo a cielo aperto della Kobe internazionale di fine ‘800: un luogo dal fascino romantico, in cui ogni edificio ha un’anima e un racconto da svelare al visitatore.


DISTRETTO DI NADA: IL QUARTIERE DEL SAKÈ

A est del centro di Kobe si estende il distretto di Nada, culla della produzione di sakè giapponese. Già durante il periodo Edo (1603–1868) questa zona emerse come principale fornitrice di sakè per la lontana città di Edo (l’odierna Tokyo), grazie a una combinazione ideale di fattori geografici e climatici. L’acqua purissima che sgorga filtrata dal sottosuolo ai piedi del Rokko – nota come Miyamizu – si rivelò perfetta per la fermentazione del riso, mentre i venti freddi che scendono dalle montagne aiutavano a raffreddare rapidamente il riso al vapore, condizione fondamentale per il processo di produzione. Inoltre, i numerosi torrenti della zona vennero sfruttati per azionare macine e pulitrici del riso, aumentando l’efficienza produttiva. La posizione sul mare infine facilitava sia l’arrivo dei sacchi di riso dai distretti agricoli circostanti, sia la spedizione del sakè prodotto verso i grandi mercati. A tutto ciò si aggiunse la maestria dei tōji (mastri birrai) provenienti dalla vicina regione del Tamba, che ogni inverno venivano a Nada per sovrintendere alle complesse fasi della preparazione del sakè. Non sorprende dunque che proprio a Kobe, nel 1923, sia stato creato il Yamada Nishiki, il riso da sakè più pregiato al mondo, appositamente selezionato per adattarsi al clima di Hyōgo e fornire un ingrediente eccezionale alle cantine locali.

Questi elementi fecero di Nada il cuore dell’industria del sakè. Ancora oggi il distretto di Nada (conosciuto anche come Nadagogo, le “cinque frazioni di Nada”) è la più importante zona produttiva di sakè del Giappone, da cui proviene circa un quarto dell’intera produzione nazionale. Si contano oltre 40 birrifici grandi e piccoli disseminati per circa 12 km lungo la costa tra Kobe e Nishinomiya. Molti nomi illustri del sakè hanno qui le loro storiche sedi: ad esempio Hakutsuru, Kiku-Masamune, Sawanotsuru, Sakuramasamune e altre etichette rinomate a livello internazionale. Il distretto ha ottenuto anche la certificazione di Indicazione Geografica protetta, a tutela della denominazione “Nada” come sinonimo di qualità e tradizione.

Per gli appassionati, una visita a Nada è d’obbligo. L’area è conosciuta anche come “Sake Brewers’ Street”, un percorso lungo il quale è possibile visitare vari musei del sakè e birrifici storici aperti al pubblico. Tra le tappe da non perdere vi sono il Museo del Sakè Sawa-no-Tsuru, la Kiku-Masamune Sake Brewery Museum e soprattutto l’Hakutsuru Sake Brewery Museum, tutti gestiti dalle rispettive aziende centenarie e dotati di mostre e degustazioni. In queste strutture il visitatore può immergersi nella cultura produttiva: si osservano gli antichi strumenti in legno e bambù utilizzati per mescolare il kōji (spore di aspergillo) al riso, i tradizionali tini di fermentazione in cedro, i torchi manuali per la spremitura del mosto fermentato (moromi) e molti altri manufatti originali. Pannelli illustrativi e video guidano attraverso il processo, spesso arricchiti da scene ricostruite con manichini in costume d’epoca per ricreare l’atmosfera di una kura (fabbrica di sakè) del passato. Al termine della visita arriva il momento più atteso: la degustazione. Quasi tutti i birrifici-museo offrono assaggi gratuiti dei propri sakè – dal fresco namazake non pastorizzato ai pregiati daiginjō – e la possibilità di acquistare bottiglie ed edizioni limitate in loco. Un tour a piedi di Nada consente dunque di unire cultura e piacere gastronomico: ci si sposta da una storica casa del sakè all’altra, magari in bicicletta o in treno (le principali cantine sono vicine alle stazioni Hanshin), scoprendo come Kobe abbia saputo fare del proprio sakè un’arte e un patrimonio da condividere con il mondo.



HAKUTSURU SAKÈ BREWERY MUSEUM Tra le varie case produttrici di Nada, Hakutsuru (“Gru Bianca”) è una delle più illustri e offre un museo aziendale tra i più apprezzati. Fondata nel 1743 nel quartiere di Nada, Hakutsuru è divenuta col tempo uno dei maggiori produttori di sakè del Giappone, noto per l’eccellente qualità dei suoi prodotti. Il Museo della Fabbrica di Sakè Hakutsuru è ospitato in uno dei vecchi edifici di fermentazione dell’azienda, convertito in spazio espositivo mantenendo intatto il carattere originario. 

All’ingresso si è accolti dal profumo del legno e dal colpo d’occhio di un enorme vaso di fermentazione in cedro, un tempo utilizzato per far fermentare il riso. Il percorso museale si snoda su due piani: al piano terra sono esposti diversi strumenti tradizionali impiegati nella produzione, dalle vasche di lavaggio del riso alle presse manuali, e viene mostrato (anche tramite video e pannelli in inglese) come si ottiene il sakè filtrato e pastorizzato. In un angolo è allestita la zona degustazione, dove i visitatori possono assaggiare un sakè fresco appena pressato, non pastorizzato e dal gusto vivace, prodotto in piccola quantità appositamente per il museo – un tipo di sakè introvabile altrove. Al piano superiore, le varie fasi della produzione sono illustrate in ordine cronologico attraverso scene a grandezza naturale: in ogni sala manichini di artigiani mostrano come si raffreddava il riso cotto stendendolo su stuoie, come si inoculava il kōji nelle vasche, come si riempivano e sigillavano le botti pronte per la spedizione, il tutto arricchito da filmati d’epoca e didascalie dettagliate. Questa ricostruzione realistica è resa possibile dal fatto che l’intero stabile è la vecchia kura originale: camminando tra le travi scure e gli attrezzi autentici sembra davvero di tornare indietro nel tempo. Il museo, a ingresso libero, include anche un negozio dove acquistare i sakè Hakutsuru – compresi alcuni prodotti esclusivi – e gadget a tema (molto popolare è la gelatina al sakè, souvenir dolce al gusto di “gru bianca”). La visita all’Hakutsuru Sake Brewery Museum permette non solo di capire a fondo come nasce il sakè, ma anche di apprezzare la passione e la cura artigianale che Kobe ha messo in questa bevanda. Dal punto di vista culturale e storico, infatti, il museo testimonia l’importanza del sakè per la città: racconta di come famiglie come i Kano (fondatori di Hakutsuru) abbiano dedicato secoli a perfezionare tecniche e sapori, contribuendo a fare di Kobe un nome di riferimento nel mondo del sakè.

CONSERVAZIONE E RESTAURI: PATRIMONIO UNESCO E SIMBOLO DELL'IDENTITÀ GIAPPONESE

Nel corso del ‘900 il Castello di Himeji è stato oggetto di importanti progetti di conservazione, grazie ai quali oggi ammiriamo una fortezza in condizioni eccellenti. Già dal 1931 alcune sue parti (tra cui il tenshukaku) vennero dichiarate Tesoro Nazionale dal governo giapponese. Un restauro integrale fu avviato nel dopoguerra: tra il 1956 e il 1964 si condusse la cosiddetta “Grande Ristrutturazione Showa”, con 250.000 giornate-uomo di lavoro e ingenti fondi statali. che consolidò la struttura portante in legno e ripristinò dettagli architettonici deteriorati. Successivamente, un ulteriore restauro – la “Grande Ristrutturazione Heisei” – è stato effettuato tra il 2009 e il 2015, durante il quale il castello è rimasto parzialmente chiuso al pubblico. Al termine, nel marzo 2015, Himeji ha riaperto mostrando un aspetto splendente: decenni di smog e polvere erano stati rimossi, riportando i tetti dal grigiore al bianco luminoso originario. Grazie a tali cure, la fortezza conserva circa il 90% di parti autentiche in legno e materiali originali, un fatto eccezionale per un castello giapponese.

Il riconoscimento internazionale è giunto nel 1993, quando Himeji è stato uno dei primi siti del Giappone inseriti nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO. (insieme al tempio Hōryū-ji di Nara). L’UNESCO ha motivato l’iscrizione sottolineando come Himeji rappresenti “l’esempio più perfetto di architettura di castello agli inizi del XVII secolo”, con 83 edifici integrati in un sistema difensivo altamente sviluppato e dotato di astuti dispositivi di protezione. Il valore universale del castello risiede sia nella sua eccezionale integrità (essendo uno dei pochissimi castelli originali sopravvissuti illesi attraverso guerre e calamità), sia nella combinazione di funzione militare e bellezza estetica. Infatti Himeji colpisce non solo per l’ingegnosità delle sue difese, ma anche per l’armonia visiva: le sue candide mura di argilla e calce, i molteplici strati di tetti digradanti e la disposizione calibrata dei volumi architettonici creano un insieme di grande eleganza formale. tale da suggerire l’immagine leggiadra di un airone in volo.

In patria, il Castello di Himeji è considerato un vero simbolo dell’identità giapponese e uno dei gioielli della cultura nazionale. Oltre allo status di Patrimonio UNESCO, cinque sue strutture (il mastio e tre torri minori, più un complesso di corridoi) sono state designate Tesoro Nazionale,, e l’intera area entro il fossato medio è classificata come Sito Storico Speciale protetto dal governo. Himeji viene spesso annoverato tra i “tre grandi castelli” del Giappone insieme a Matsumoto e Kumamoto, per importanza storica e fascino. 

Il castello appare spesso in film e serie televisive: ad esempio il regista Akira Kurosawa lo utilizzò come scenografia in capolavori come Kagemusha e Ran, e perfino Hollywood vi ambientò il “nido di ninja” nel film di James Bond Si vive solo due volte (1967), Nel folklore popolare, Himeji è avvolto da leggende spettrali che ne accrescono il mito: su tutte, la storia di Okiku, una serva ingiustamente uccisa il cui fantasma – narra la tradizione – emerge piangendo dal pozzo del castello, contando ossessivamente dei piatti (versione locale del racconto Banchō Sarayashiki). Un altro spirito che si dice abiti il mastio è Osakabehime, una enigmatica dama-yōkai che eviterebbe gli esseri umani e leggerebbe nei loro cuori. Queste leggende, tramandate nei secoli, testimoniano il profondo legame fra la comunità locale e il suo castello – visto non solo come monumento, ma quasi come un’entità viva, custode di memorie e misteri.

Visitare oggi il Castello di Himeji significa immergersi in secoli di storia: passeggiando tra le sue mura candide, salendo le ripide scale di legno lucidato dal tempo e affacciandosi dalle feritoie panoramiche dell’ultimo piano, si percepisce la grandiosità dell’epoca feudale giapponese. Ogni pietra del basamento e ogni trave del mastio potrebbero narrare vicende di samurai, shōgun e principesse. Non sorprende che gli stessi giapponesi considerino Himeji un orgoglio nazionale, meta prediletta per riscoprire le proprie radici. Nel candore silenzioso di queste torri secolari rivive lo spirito di un intero popolo.


LA CARNE KOBE

La carne di Kobe è circondata da un’aura di esclusività e pregio che la rende leggendaria tra i gourmet. Deriva da una particolare popolazione di bovini giapponesi, i manzi Tajima, allevati nella prefettura di Hyōgo secondo pratiche tradizionali e rigorosi controlli di qualità. Il termine “Manzo di Kobe” è infatti un marchio registrato tutelato dall’Associazione per la promozione e distribuzione della carne di Kobe, e può essere ufficialmente attribuito solo ai capi che soddisfano criteri ferrei di allevamento e macellazione. In sintesi, per essere certificata Kobe Beef una carne deve rispettare queste condizioni fondamentali:

  • Razza e origine: l’animale deve appartenere alla razza bovina Tajima (un ceppo di wagyū a manto nero) ed essere nato nella prefettura di Hyōgo. Solo i discendenti puri delle antiche linee Tajima, allevate da secoli nelle montagne di Hyōgo, possiedono le caratteristiche genetiche adatte a sviluppare l’estrema marmorizzazione richiesta.

  • Allevamento e macellazione: il bovino deve essere cresciuto interamente nella prefettura di Hyōgo sotto la cura di un allevatore registrato nell’apposita federazione, e dev’essere macellato in uno degli stabilimenti autorizzati sul territorio (ad esempio Kobe, Sanda, Nishinomiya, etc.). In questo modo si garantisce la tracciabilità e il controllo su ogni fase produttiva, dalla stalla al piatto.

  • Tipo di capo: possono diventare “manzo di Kobe” solo gli animali che non sono stati impiegati per la riproduzione. In pratica, devono essere manze vergini (scottone) oppure manzi castrati o buoi, così da assicurare carni più tenere e marezzate. I bovini utilizzati come tori riproduttori o le femmine che hanno partorito sono esclusi dalla designazione Kobe, poiché le loro carni risulterebbero meno pregiate.

  • Qualità della carne: al momento della macellazione, la carcassa deve raggiungere standard elevatissimi. In particolare è richiesto un indice di marezzatura (ossia il livello di marmorizzazione del grasso intramuscolare) di grado 6 o superiore sulla scala giapponese da 1 a 12. Inoltre la resa della carne deve rientrare in specifici intervalli di peso: indicativamente tra i 230 e 470 kg per le femmine e tra 260 e 470 kg per i maschi. Questi parametri assicurano che solo le carni più ricche, equilibrate e dall’aspetto “marmorizzato” ideale possano fregiarsi del nome Kobe.

Solo una piccola percentuale di bovini Tajima rispetta tutte queste condizioni – si pensi che spesso meno di 3.000 capi l’anno ottengono la certificazione ufficiale. Quando ciò avviene, ogni carnefice autorizzato rilascia un certificato di autenticità numerato, con tanto di timbro e informazioni sull’animale (in passato si usava persino l’impronta del naso del manzo come “firma”). Questa attenzione maniacale garantisce al consumatore finale l’assoluta tracciabilità e genuinità della carne di Kobe. Dal punto di vista organolettico, il manzo di Kobe presenta caratteristiche inconfondibili: il grasso è finemente distribuito all’interno del muscolo in delicate venature bianche (shimofuri), conferendo alla carne un aspetto marmorizzato e una consistenza burrosa. Durante la cottura lenta su piastra, questo grasso si scioglie infiltrando le fibre con succhi saporiti, il che dona alla carne un gusto ricco di umami, succulento e dolce, e una tenerezza tale che può essere tagliata persino con le bacchette. Il colore è rosso vivo brillante, punteggiato dal bianco del grasso, e sprigiona un aroma delicato e dolciastro quando viene cotta.

Attorno alla carne di Kobe sono fiorite anche varie leggende e aneddoti curiosi. Si racconta spesso, ad esempio, che gli allevatori facciano ascoltare musica classica ai manzi, li massaggino quotidianamente con sakè e li facciano persino bere birra per stimolarne l’appetito. Queste storie – alimentate anche da un famoso film documentario italiano degli anni ’60 (Mondo Cane, 1962) che mostrava bovini giapponesi sorseggiare birra – fanno parte del folklore, ma non trovano conferma nella realtà odierna. Gli allevatori di Tajima tengono certamente i loro capi in condizioni ottimali, li spazzolano per mantenerne il mantello pulito e controllano attentamente dieta e salute, ma pratiche come i massaggi alcolici appartengono più al mito che alla prassi quotidiana. Ciò non toglie che la cura dedicata a questi animali sia fuori dal comune: vivono in stalle spaziose e pulite, vengono alimentati con mangimi selezionati (principalmente mais, orzo e riso, oltre al foraggio) e crescono senza stress per almeno 28-30 mesi – molto più a lungo dei bovini da carne comuni. Tutto questo si riflette nel prodotto finale. Assaporare un taglio di autentica carne di Kobe, magari sotto forma di steak Teppanyaki cotta alla perfezione da uno chef, significa provare una consistenza e un sapore difficilmente eguagliabili altrove. Ogni morso è un’esperienza gustativa sontuosa, che racconta una tradizione di allevamento e gastronomia unica al mondo, orgoglio della città di Kobe.

KOBE HARBOURLAND Il rinnovamento urbano di Kobe trova la sua espressione più vivace in Kobe Harborland, l’area waterfront riconvertita a spazio di svago, shopping e intrattenimento. Fino agli anni ’80 questa zona, affacciata direttamente sul porto, ospitava magazzini portuali e un grande scalo merci della Japanese National Railways. Con un ambizioso progetto di riqualificazione, i depositi vennero demoliti o restaurati e l’area rinacque come distretto commerciale: il complesso di Harborland aprì ufficialmente nell’ottobre 1992, sorto sul sito di un ex scalo ferroviario portuale dismesso. Da allora è diventato uno dei luoghi più amati di Kobe, sia dai residenti sia dai turisti, grazie al mix di attrazioni panoramiche, negozi e ristoranti concentrati sul lungomare.

Cuore di Harborland è il centro commerciale all’aperto Mosaic, con le sue passerelle affacciate sull’acqua, il piccolo parco divertimenti e la ruota panoramica multicolore. Di sera, cenare su una delle terrazze di Mosaic regala viste spettacolari: di fronte a voi si accende la silhouette della Kobe Port Tower illuminata di rosso e bianco, icona della città, e tutto lo skyline portuale brilla riflettendosi nell’acqua. Poco distante, passeggiando lungo la romantica Gaslight Street – strada pedonale illuminata da lampioni a gas in stile antico – si incontrano gli storici magazzini in mattoni Renga Sōko, oggi trasformati in caffè, birrerie artigianali e boutique, che conservano però il fascino d’epoca con le loro facciate di mattoni rossi. Questa fusione di antico e moderno crea un’atmosfera suggestiva: da un lato le vestigia dell’era mercantile, dall’altro le luci e i suoni di una città moderna che si diverte.

Harborland offre attività per tutti i gusti. Gli appassionati di shopping trovano pane per i loro denti nei grandi mall coperti Umie (Harborland e Mosaic), ricchi di negozi alla moda, librerie, sale giochi e punti di ristoro. Chi cerca il relax può salire ai piani alti dell’edificio Promena dove si trova il Manyō Club, un centro termale urbano con onsen e vasche all’aperto da cui godere la vista del porto mentre ci si immerge nelle acque calde (un’esperienza insolita: bagno termale con skyline!). Per le famiglie con bambini c’è il colorato Kobe Anpanman Children’s Museum, dedicato al famoso personaggio dei cartoni, e l’adiacente parco divertimenti con giostre e ruota panoramica che tanto attira i più piccoli. Non manca l’offerta culinaria: dai ristoranti di alta classe con vista mare, ai pub e izakaya nascosti tra gli ex magazzini, fino alle bancarelle che durante eventi e festival animano la promenade.

Dal punto di vista panoramico, Harborland è il luogo ideale anche solo per passeggiare e godersi Kobe. La vista spazia dal porto – con le navi che attraccano e salpano, e la brezza marina che porta l’odore di salsedine – fino al profilo delle montagne Rokko sullo sfondo. Al tramonto, il cielo si tinge di arancio dietro la sagoma slanciata della Port Tower e lo scenario diventa altamente fotogenico. In notturna, poi, le luci della torre, della ruota panoramica e degli edifici creano un piccolo spettacolo scintillante, ideale per una serata romantica. Harborland simboleggia insomma la capacità di Kobe di reinventarsi: da quartiere industriale è divenuto un vibrante polo di attrazione, mantenendo però un legame con la propria storia (i vecchi edifici in mattoni) e celebrando la vocazione portuale con spazi aperti sull’oceano. Una passeggiata qui, magari gustando un gelato mentre si osserva il via vai delle barche, offre un finale perfetto alla giornata kobeana, mescolando divertimento, paesaggi e un pizzico di nostalgia marina.


CONSIGLI SULL'ESPLORAZIONE AUTONOMA DI KOBE

Per arricchire ulteriormente la visita a Kobe e scoprire angoli meno battuti o esperienze particolari, ecco alcuni spunti che stimolano la curiosità del viaggiatore informato:

  • Panorami mozzafiato: In serata, valutate di salire sulle alture che circondano Kobe per ammirare la città dall’alto. La vista notturna dalle montagne Rokkō e Maya è annoverata tra le tre più spettacolari di tutto il Giappone, soprannominata “la vista da dieci milioni di dollari” per l’incredibile distesa di luci che brilla all’orizzonte. Il punto panoramico più famoso è Kikuseidai sul Monte Maya, raggiungibile con una combinazione di funicolare e ropeway: una volta in cima, vi troverete davanti a un mare di luce che copre l’intera area urbana di Kobe-Osaka fino alla baia, un panorama romantico e indimenticabile. In alternativa, anche dalla terrazza Rokko Garden Terrace sul Monte Rokko o da Tenrandai (arrivo della Rokko Cable Car) si gode di vedute mozzafiato sulla città e sul porto illuminato. Portate con voi una giacca (in quota l’aria è fresca la sera) e magari una bevanda calda, per godervi con calma lo spettacolo scintillante della città sotto di voi.

  • Relax termale nella natura: Se disponete di mezza giornata libera, considerate una gita ad Arima Onsen, località termale situata tra le montagne a breve distanza da Kobe (circa 30 minuti di autobus o funivia via Rokko). Arima Onsen vanta una tradizione millenaria – è citata già nel VII secolo ed è considerata una delle tre stazioni termali più antiche del Giappone – e offre un’atmosfera tranquilla e rétro, lontana dai ritmi cittadini. Qui potrete immergervi in acque termali dalle proprietà rinomate: le sorgenti di Arima si dividono in “Kin no Yu” (acque dorate, ricche di ferro e sale, dal colore bruno-rossastro) e “Gin no Yu” (acque argentate, trasparenti e contenenti radon e carbonato). Un bagno caldo in una delle storiche strutture pubbliche di Arima, come i bagni Kin no Yu o Gin no Yu, vi rigenererà corpo e spirito. Dopo il bagno, perdetevi tra i vicoli di Arima gustando un gelato al sale termale o uno senbei (cracker di riso) locale, visitate il piccolo museo delle onsen per saperne di più sulla storia locale, oppure salite in funivia al vicino Osservatorio Rokko-Arima per un ultimo sguardo panoramico. Arima Onsen è un angolo di Giappone tradizionale a portata di mano da Kobe, ideale per chi desidera un’esperienza autentica di benessere giapponese.

Sapori e atmosfere cosmopolite Per cogliere un altro volto di Kobe, fate tappa a Nankinmachi, la vivace Chinatown cittadina nel quartiere di Motomachi. Quest’area, pur piccola, pullula di energia: sotto le lanterne rosse e le insegne in caratteri cinesi si aprono decine di bancarelle e piccoli ristoranti che propongono autentico street food cinese. Tra gli spuntini più popolari ci sono i succulenti ravioli al vapore (xiaolongbao), i panini ripieni al vapore chiamati nikuman, gli spiedini di carne arrosto e varie tipologie di dim sum dolci e salati. Acquistate qualche specialità alle bancarelle (spesso vendute in pratiche confezioni da passeggio) e gustatele in piedi nella piazzetta centrale sotto lo sguardo del dragone scolpito, assieme alle famiglie e ai giovani locali – è un’esperienza conviviale e genuina. Nankinmachi offre anche l’occasione di scattare foto coloratissime tra pagode, statue di leoni di pietra e negozi colmi di prodotti orientali. Dopo aver stuzzicato in Chinatown, potete proseguire l’esplorazione nelle strade adiacenti dell’ex Kyū-kyoryūchi (l’antica concessione straniera di Kobe). A pochi isolati da Nankinmachi, infatti, sorgono ancora diversi edifici storici in stile europeo risalenti a fine Ottocento – facciate neoclassiche in pietra ora sede di boutique di lusso, ex banche e uffici delle compagnie di navigazione trasformati in caffè eleganti. Percorrete ad esempio Tor Road o Nakayamate-dōri, dove passato e presente di Kobe si fondono: troverete gallerie d’arte, negozi vintage e magari qualche tranquilla caffetteria jazz nascosta al primo piano di un edificio d’epoca. Questa zona, meno affollata di turisti, vi permetterà di apprezzare l’anima cosmopolita di Kobe al vostro ritmo, scoprendo angoli fotografici e negozi particolari che spesso sfuggono agli itinerari più frettolosi.

Fonti: oltre alla nostra esperienza

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