Il cerchio del silenzio: i Dervisci rotanti e la danza dell’anima
- IoViaggioResponsabile

- 1 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 5 dic 2025
Nel cuore della Turchia, dove la pietra della Cappadocia si accende di luce al tramonto e i minareti di Konya risuonano di preghiere, esiste una danza che non appartiene al corpo, ma allo spirito.
È il Sema, la cerimonia dei Dervisci Rotanti, una delle più alte espressioni della mistica sufi: un rito religioso antico che unisce musica, movimento e meditazione e che, da secoli, racconta la ricerca dell’uomo verso il divino.
Non è una danza per essere guardata, ma una preghiera che si compie in movimento, un cammino circolare verso l’unione con Dio.
Ogni rotazione è un atto di abbandono, ogni gesto un linguaggio del cuore.
Osservare i Dervisci è come ascoltare la Terra stessa che ruota, lenta, nella sua preghiera silenziosa.

L'eredità di Rūmī
Per comprendere i Dervisci bisogna tornare al XIII secolo, a Konya, città sacra dell’Anatolia dove visse il poeta e mistico persiano Jalāl ad-Dīn Rūmī.
Rūmī, fondatore della confraternita Mevlevi, predicava una spiritualità dell’amore universale, della tolleranza e dell’unione con il divino attraverso la bellezza e la poesia.
La sua opera, scritta in versi che ancora oggi ispirano milioni di persone, descrive un Dio che si trova non nei dogmi, ma nel movimento dell’anima verso la luce.
Da questa visione nacque la danza dei Dervisci Rotanti, simbolo dell’anima che abbandona il proprio ego per fondersi con l’eterno. Ruotare su se stessi, come i pianeti attorno al sole, significa ricordare che ogni essere è parte di un ordine cosmico.
Nel Sema, il corpo diventa veicolo della preghiera: la mano destra rivolta al cielo per ricevere la grazia divina, la sinistra verso la terra per donarla al mondo.
Ogni rotazione rappresenta il ciclo della vita, della morte e della rinascita spirituale.
È il gesto dell’universo che si ripete in ogni cuore in cerca di pace.
Il Sema: danza come meditazione
Durante la cerimonia del Sema, il silenzio si dissolve lentamente nel suono ipnotico del ney, il flauto di canna che, secondo la tradizione sufi, rappresenta il respiro divino.
Il ritmo dei tamburi (bendir) scandisce i battiti dell’universo, mentre i Dervisci, vestiti di bianco, iniziano a muoversi in cerchio.
Il rito si apre con un saluto: un inchino profondo, simbolo della nascita spirituale. Poi, con passi misurati, i Dervisci cominciano a ruotare, prima attorno al maestro, poi su se stessi, creando un vortice perfetto di armonia e grazia.
Non c’è sforzo né spettacolo: solo equilibrio, respiro e abbandono.
Nel loro girare, i Dervisci cercano l’annullamento del sé, la dissoluzione dell’ego.
Ogni giro è un respiro del mondo, un atto di unione tra l’umano e il divino.
Chi assiste al Sema (in silenzio, senza scattare fotografie, lasciandosi guidare dal ritmo) entra in uno stato di contemplazione profonda: il tempo si ferma, lo spazio si annulla, resta solo il battito condiviso dell’universo.
Gli abiti e gli strumenti della danza
Una delle caratteristiche più affascinanti del Sema è l’abbigliamento dei Dervisci, ricco di simboli e significati spirituali.
Ogni elemento del loro vestiario rappresenta una tappa del viaggio interiore.
Il lungo mantello nero che li avvolge all’inizio della cerimonia simboleggia la tomba dell’esistenza terrena, gli attaccamenti e i desideri materiali. Quando il mantello viene deposto, il Derviscio “rinasce” nella veste bianca — la tennûre — che rappresenta la purezza dell’anima liberata dall’ego. La gonna ampia, che si apre durante la rotazione, disegna cerchi di luce, come un fiore che si schiude al vento.
Sulla testa, il cappello conico in feltro, il sikke, rappresenta la lapide dell’ego, la rinuncia all’orgoglio e all’individualità.
La mano destra, rivolta al cielo, riceve la grazia divina; la sinistra, rivolta alla terra, la trasmette agli altri: gesto che unisce cielo e mondo, spirito e materia.
Anche la musica è parte integrante del rito: il ney (flauto di canna), i tamburi e i cordofoni tradizionali creano una vibrazione continua che accompagna i Dervisci nel loro viaggio interiore. Insieme, abiti e strumenti diventano linguaggio del sacro, segni visibili della trasformazione dell’anima.
La sfida della modernità
Oggi, una parte delle cerimonie dei Dervisci è diventata attrazione turistica.
In molte città della Turchia, da Istanbul alla Cappadocia, si può assistere a performance che, pur suggestive, rischiano di ridurre il Sema a spettacolo.
Eppure, accanto a questa dimensione commerciale, esistono ancora luoghi dove la tradizione è viva e autentica.
A Konya, sede storica dell’Ordine Mevlevi, le confraternite riconosciute dal Ministero della Cultura turco continuano a praticare la cerimonia come forma di preghiera, nel rispetto del suo significato spirituale originario.
Ogni anno, a dicembre, durante il Festival di Mevlana, centinaia di fedeli si riuniscono per celebrare la nascita del poeta Rūmī, e le vie di Konya si riempiono del suono del ney e del bianco delle vesti che ruotano.
Nel 2008, l’UNESCO ha inserito il Sema nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, riconoscendo in esso una testimonianza unica del dialogo tra fede, arte e filosofia. Oggi, partecipare al Sema con rispetto significa non essere spettatori, ma testimoni.Il turismo responsabile, qui, è presenza silenziosa e consapevole, non consumo.
Quando la terra gira insieme al cielo
Vedere i Dervisci ruotare è come guardare la Terra girare intorno al Sole: un ritmo universale che unisce corpo e spirito, fede e scienza, cielo e mondo.
Nel vortice delle loro vesti, tutto sembra fondersi, la luce, il silenzio, il respiro.
E forse è proprio questo il messaggio che arriva dalla Cappadocia e da Konya: che l’universo intero è un cerchio, e ogni passo, se compiuto con consapevolezza, ci avvicina un po’ di più al suo centro.
Nel silenzio della loro danza, i Dervisci ci ricordano che l’equilibrio non si trova fermandosi, ma continuando a ruotare.
Ogni giro è un atto di fede, ogni respiro un invito all’armonia. E in quella rotazione infinita si cela la lezione più antica: che l’amore, come la Terra, non smette mai di muoversi.
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